LA SINDROME DI ….. boh….

 

Ma ‘ste cose capitano solo a me?
Non preoccupatevi, la medicina stenta ancora ad esprimersi e Teleton non ha ancora proceduto ad una raccolta fondi quindi….niente di grave. Certo è che dopo la sindrome di STING, di PENELOPE e di ARISTIDE, doverne annoverare un’altra, pare troppo.
Spero cmq di riuscire a coniarne un nome che possa accendere l’interesse della medicina mondiale.
Dunque…
Qualche settimana fa, ero venuto a sapere che il babbo di Antonio, mio compagno di classe delle elementari, se n’era andato. Andato nel senso… quello che in genere i medici prima di prendere a correre per i corridoi in ordine sparso, apostrofano con un cristallino…
“oh..cazzo.. e adesso??”
Eravamo stati inseparabili per anni, poi, come gli Unni, eravamo scesi dai monti per cercare fortuna in pianura. Lui ai tempi dell’università con la famiglia io anni dopo.
Uno dei due, diventato medico a Venezia, forse la fortuna l’aveva effettivamente trovata, mentre l’altro, credendo di seguire il percorso del sentimento si era un po’ smarrito. Trovandosi in un vicolo cieco, lì si era fermato e temo lo si possa ancora trovare con lo sguardo perso verso l’alto.
..ma torniamo a noi..
L’avevo chiamato per le classiche condoglianze e vista l’evidente scomodità per le vecchie amicizie di spostarsi per il funerale, mi ero offerto di andarci in rappresentanza.
Dopo aver convinto Jena, 6 anni, che raramente durante la funzione il morto riesce dall’interno a schiodare la bara, e soprattutto mai di sabato, eravamo partiti.
Puntualmente in ritardo, arriviamo alla chiesa.
Il piazzale antistante è quasi deserto.
Uniche presenze sono un ragazzo +, (un tempo si sarebbe chiamato uomo) ed una tipa con un bimbo dai capelli corvini che corre indemoniato attorno all’auto delle pompe funebri.
Mi sento chiamare per nome. Mi volto. È il ragazzo+. Lo riconosco, è T. un vecchio compagno di classe. Mi avvicino e smorzando per ovvi motivi l’entusiasmo di vederlo, lo abbraccio. Eravamo stati anche compagni di banco in terza elementare. Lo ricordo come il più distratto della classe ed immagino continuasse ad esserlo… aveva pure smarrito buona parte dei capelli.
Impossibile, però, non notare la ragazza mora. Di quella bellezza che anche in preda all’ictus non puoi non notare. È alta circa 1.70, decolletè
non c’è male, grossi occhiali scuri e sta scannerizzando anche il più piccolo movimento del figlio. Una mamma moderna insomma.
Da padre premuroso, invito Jena a fare amicizia con il bambino..e già che c’è pure con la madre. Ok, lo so, dentro si stava celebrando un funerale, ma credo che bisogna sempre essere pronti a tutto.
T. mi fa cenno che deve spostare l’auto, mentre Jena, con l’altro bimbo, partono a correre attorno al carro funebre.
“…papy… guardaci… facciamo il giro della morte”
La ragazza scuce un sorriso che mi fa intuire voglia scambiare un paio di chiacchiere.
L’accontento.
Penso che il best seller “Attaccare bottone ai funerali”, ancora intonso sul comodino, oggi, qualche spunto poteva pure darmelo.

Cadendo nell’atavica banalità maschile, che solitamente non mi appartiene, in genere se non ho idee originali per attirare l’attenzione fingo di svenire, le chiedo se per caso non ci si sia visti da qualche parte.
A dire il vero non la ricordo assolutamente, ma una sensazione mi dice il contrario. E mi sorprendo pure ad avere sensazioni.
Naturalmente risponde che no!… le risulto totalmente “nuovo”.
Toglie gli occhiali spingendoli sopra la fronte come fermacapelli ma nemmeno ora mi ricorda qualcuno. Fisicamente non mi comunica nulla, nonostante parti del suo corpo conversassero con evidente proprietà di linguaggio.
…niente di niente! …anche se…. mah..avevo la percezione di stare a viaggiare a bordo di sensazioni nuove.
Lei mi dice che è della provincia di Venezia, ed è un’amica di vecchia di Antonio.
Ma qui parte la stranezza.
Consapevole che la suddetta, a parte suscitarmi un immediato desiderio di consumare un rapporto intimo anche all’interno del carro funebre mi risulta totalmente estranea, mi si focalizza un pensiero che apparentemente non la riguarda e mi sorprende.
Vai a capire perchè, penso ad una bandiera di Forza Italia in fondo ad un garage, vicino a degli attrezzi da giardino e un po’ come chiedere ad uno sconosciuto su un autobus se ha un gatto che si chiama Lucio, balbettante, le chiedo se nel garage teneva …quella bandiera.
Mi squadra fisso come se nel bagno di casa trovasse un Teletubbie che chiede di passargli il Badedas.

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“…ma come fai a saperlo?”
“non lo so…” rispondo…
Leggo un certo spavento nei suoi occhi… e la capisco pure. Mi sto inquietando da solo
Penso a premonizioni e vite precedenti, se non fosse per quella bandiera.
Lei, invece, più razionale del sottoscritto, mi dice che non posso avere inventato e quindi mi chiede cosa altro ricordo. Utilizzando una tecnica a ritroso elaborata in quell’istante, ho preso a tirare il filo che mi aveva portato fino a quella bandiera, quindi al cortile che conduceva al garage, Antonio che guidava l’auto, alla presenza di un’altra persona, un musicista e tutto prende a dipanarsi. Da quel momento è lei a prendere in mano il gioco. Ricorda il nome della pizzeria, che prima erano stati a prendermi in stazione, rientravo da un corso di teatro in Calabria, e mi stupisce ricordando che quella sera indossavo dei pantaloni a scacchi bianchi e neri. In breve stavamo riesumando una sera vissuta quasi 20 anni prima. Come a comporre un puzzle, anche il viso di lei alla fine aveva preso una forma.
Dallo schizzo eravamo arrivati al dipinto. Una cosa, un’unica però l’avevo celata: la sua mano che in auto aveva preso la mia intrecciandone le dita come a costruire un cestino da pic-nic.
Senza pensare alla remota ipotesi che forse suo figlio aveva un padre e quel padre potesse essere pure un marito… il suo… ci eravamo accordati per rivederci a breve, magari con il tramite di Antonio.
Nella testa, ‘sto turbine di emozioni, erano andati a stuzzicare la mia parte new age, arrivando a convincermi che l’esserci rivisti dopo tutti questi anni in un posto dove in pratica eravamo presenti solo lei ed io, il ritrovarsi e riconoscersi in quel modo, era l’evidente segnale di un qualcosa che faticavo a confessarmi..
La guardavo ed avevo preso a fantasticare.
Ci eravamo quindi scambiati il cellulare con l’intento che ci saremmo sentiti a breve non prima però, con finta casualità, di aver accennato alla bandiera di Forza Italia parcheggiata in garage.
Lei si era immediatamente premurata di puntualizzare che era dei suoi genitori, rassicurandomi non poco, visto che con ragazze di Forza Italia, avevo sempre avuto seri problemi di erezione. A ben pensarci con una, solo con una riuscivo ad intrattenere rapporti soddisfacenti, … già..che stupido… ora ricordo, prediligeva il sesso anale….va un po’ a capire come funziona la nostra mente.

Per gettare un gavettone in testa agli amanti del “happy end”, mi rincresce dire le cose non sono andate però come prospettate. Nessuno ha mai chiamato l’altro, mai sentiti nemmeno per un saluto ma il peggio, che mi ero trovato al punto che il solo pensiero che potesse succedere qualcosa aveva messo a tacere il desiderio, come se il fatto di stazionare di fronte ad un ricco banchetto, potesse calmare la fame… e l’aveva fatto.

Ecco… a ‘sta malattia che nome si da?

 

IN VIAGGIO PER LA “RICCIONE DEL DOLORE”

A me capita così! Ci sono ricorrenze delle quali la mia mente pare non essere in grado di fare cernita. Tra quelle che cadono in questo periodo, stamani, sarà per via del cazzeggio estivo, ne aveva riesumata una tra quelle da stringere lo stomaco, che per anni avevo rimosso.
(Io non sono fatto così, la mia mente purtroppo sì).
Non che ricorrenze positive non ce ne siano, saranno pure capitate, ma da sempre, quelli che poi vado ad inchiodare sul calendario, sono pressoché avvenimenti amari.
Avvenimenti cocciuti e fieri di farsi sfilare il bello alle spalle, fornendogli addirittura le pattine per non doverlo poi notare, come a non volersene accorgere per non farlo svaporare. Il bello come un abito elegante che il nostro physique du role ci fa stonare addosso, vittima dell’arcaico sistema che come il mulinello di un lago ci fa arrivare sempre lì, in famiglia, dove ne è stata forgiata la matrice.
Qualche anno fa, dunque, esattamente in questo periodo, mi ero trovato mio malgrado ad intraprendere una specie di viaggio della speranza. Ecco, premetto che viaggi della speranza, fino a quel momento, si erano sempre perpetrati in direzione di lidi adriatici o villaggi turistici, e quale fosse la speranza lo lascio intuire a voi.
Quella volta invece no.
Mi si era presentata un’incombenza piuttosto particolare: accompagnare un ragazzo in una nota località dove pare ci sia dell’acqua miracolosa e compaiono madonne a sobrie ed ingenue pastorelle.
Scremando tutte le amicizie più vicine, per esclusione, erano arrivati al sottoscritto anche se, a dire il vero, l’avevo incontrato solo un paio di volte .
Visto che l’alternativa era che ci andasse da solo, senza pensarci troppo, aggrappandomi alla mia più grande forza, quella della disperazione, avevo accettato.
Il mio essere non cattolico e profondamente credente solo nell’acqua gassata con l’aggiunta di una scorzetta di limone, non era stato un deterrente.
A scoraggiarmi, piuttosto, la prospettiva, palesatasi solo il giorno della partenza, di dover guidare un condominio con le ruote.
A tranquillizzarmi il fatto che essendo Lourdes una località famosetta, il percorso ben frequentato era pressochè autostradale.
Come era intuibile, il medico del ragazzo aveva raccomandato alla moglie di non farlo mai guidare vista la non remota possibilità che in qualsiasi momento potesse entrare in coma.
(l’ho sempre ritenuto esecrabile in fase di sorpasso).
Se non che

ecco, io non so, ma ogni volta che vengo introdotto in una situazione, una qualsiasi, le tre stronzissime paroline
“se non che” non mancano mai di fare capolino.
Quindi, dicevo, arrivati senza intoppi al confine, l’amico, che fino a quel momento era stato un tranquillo ed equilibrato compagno di viaggio, ci
“comunica” vista la noia della guida in autostrada, che preferirebbe attraversare le alpi dalle parti di Torino.
Gli facciamo notare che guidare una nave da crociera sui tornanti non è cosa agevole, soprattutto per il sottoscritto che ha sempre avuto utilitarie. Problema risolvibile, ci dice,….avrebbe guidato lui!!
Ecco, già ho poca voce in capitolo con me stesso, figuriamoci con un malato terminale, sull’incazzato andante, che non conosco ma sta chiedendo di fumare l’ultima sigaretta.
Quindi, fallito miseramente lo sforzo titanico di farlo ragionare, ci eravamo accordati, raccontandocela, che al condannato non si può non esaudire un ultimo desiderio. Un po’ come nei film, a mo’ di ‘ultima sigaretta, anche se penso, io con le sigarette ho chiuso a 14 anni.
Avevamo quindi deciso, a turno, di fare da navigatori, pronti a scalzarlo dal posto guida, nel caso si fosse accasciato con la testa sul volante, e sperando, nel qual caso, centrasse per lo meno il clacson per dare un ulteriore allarme.
Il nostro autista, devo dirlo, non se l’era cavata affatto male, nonostante il nostro il pensiero fisso che ultima sigaretta, la sua, arrivata ormai fino al filtro, potesse essere, non richiesta, pure la nostra.

Dopo la prima notte passata al clima frizzantino delle alpi, il viaggio era proseguito, grazie a Dio, senza intoppi, anche se a destinazione saremmo arrivati solo la notte successiva, visto che ogni cartello stradale indicante curiose destinazioni turistiche, diventava valida scusa per un cambio di programma.
Il problema successivo, poi, non è più stata la guida del malato, ma la nostra.
Poco avvezzi a condurre loft su ruote e con l’ordine tassativo di non utilizzare autostrade, avevamo preso a percorrere esclusivamente strade comunali, attraversando decine di paesini e con le ruote del transatlantico che a ritmo cadenzato andavano ad incocciare su marciapiedi e rotonde, facendo infuriare ogni 2×3 il nostro capo squadra che di conseguenza si esibiva in acuti alla Montserrat Caballè creando sudori freddi ed una serie di malattie esantematiche nel sottoscritto che all’epoca non se la sentiva di prendere a ceffoni un malato terminale. Non conoscendoci bene, riversava rabbia e dolore, che poco centravano con le nostre reali distrazioni, addosso alla moglie constatando che le lacrime, se si impegnano, possono scendere per giorni e giorni.
Io invece, nel giro di 48 ore, avevo si annoverato nuove malattie esantematiche ma pure tensioni su muscoli che mi appartenevano a mia insaputa.
In quella Lourdes, che più che luogo di culto, sembrava una piccola Riccione del Dolore, con bancarelle ad ogni angolo, santini, madonnette e gadget di ogni tipo, la nostra permanenza è comunque durata poche ore.
Lo so, non avrei dovuto farlo, ma da coerente con la mia incoerenza, avendo la possibilità di immergermi nell’acqua miracolosa, l’ho fatto. Mentre venivo calato da due volontari nella vasca, avvolto di un panno bianco di plastica, mi sono reso conto che nulla avevo da chiedere e nulla ho chiesto.
Le immagini che a getto continuo mi scorrevano davanti, zoppicanti o in carrozzina, lì a scuotermi, erano di violenza tale che neanche sforzandomi percepivo alcun bisogno, cancellandomi di dosso il più piccolo barlume di lamentela.
…non avendo la memoria corta, sarebbe pure un buon insegnamento.

Dopo solo una decina di giorni il ragazzo se n’era andato ed al funerale non ero potuto essere presente, visto che pur di avere compagnia, anche Mr Silent, il mio babbo, quello stesso giorno l’aveva accompagnato.
La moglie, mi aveva fatto sapere che il viaggio gli aveva fatto bene. Il dolore incastrato negli zigomi e la rabbia, sgorgata limpida dagli occhi e che mi ero bevuto durante quei giorni, era svanita, testimoniando che la speranza di un miracolo….è già un miracolo.

 

NEGLI APPUNTAMENTI AL BUIO…accendere mai la luce!!

 

E poi è arrivato un giorno che non ce l’ho più fatta. E ho detto no! Qualcosa di strano dovevo avercelo per forza. Volevo capire. Perchè sennò trovare persone sempre pronte a farmi calare nell’imbuto di situazioni tutte uguali? Ne avevo parlato anche con Gianka dell’edicola e la parola che gli era uscita di bocca era Karma. Ho subito intuito che si trattasse di cosa grossa, lui non pronuncia mai a vanvera parole con la “K”. Poi però, un po’ mi aveva tranquillizzato. Poter dare la colpa ad un qualcosa di sconosciuto, che non ci scegliamo, che proviene da chissà dove, è nero e cattivo, è sempre tranquillizzante. In Italia su questa base ci hanno fondato addirittura un partito.
Alla fine, mi sono posizionato in piedi davanti al bugiardissimo specchio di camera e ho preso, a scrutarmi. Non guardarmi come faccio tutte le mattine, assonnato, cosa che spesso mi fa uscire di casa con i capelli che sembrano bimbi durante la ricreazione. No! Come con il gioco della settimana enigmistica, avevo preso a scorrermi. Con lo sguardo avevo cercato di seguire i numeri cercando di unirli per vedere cosa ne usciva. Il risultato, confesso, non è stato incoraggiante.
È un esercizio che sconsiglio a tutti.
In fondo, un po’ di superficialità non ha mai fatto male a nessuno.
Diciamo che più che scolpito, il fisico che mi sono trovato davanti era colpito. Mai come in questo caso il mio detto “le rughe sono un problema che è sotto gli occhi di tutti”, risultava cristallino. E lo sguardo, beh… non era certo quello del diciassettenne segaiolo di un tempo. (nonostante le tradizioni fatichino a morire). E pure l’occhio, quello vittima di un incidente un’era geologica fa, continuava impercettibile a virare a sinistra, uno dei pochi rimasti, in Italia.
Ora voglio tranquillizzare…. me per primo. Nonostante ‘sta descrizione da ricordare il vecchio Marty Feldman, per voi superficiali, resto sempre e cmq il solito tipetto passabile.

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Niente paura, ora arrivo al punto.
(certo, facessi sempre dei preliminari così lunghi, verrei proposto per un busto in un qualche centro storico, ma tant’è..)
In sostanza, volevo capire davanti allo specchio, quindi da prospettiva “esterna”, se realmente trasparisse in maniera così netta, cristallina, un bisogno che non percepivo, ma che per molti era evidente, l’urgenzaper il sottoscritto di avere una compagna.
A capo di questo summit mondiale, per placare questa “urgenza”, si era candidata un’amica attrice, conosciuta solo qualche mese fa durante qualche serata di letture drammatizzate. Fin da subito, saputo che ero ancora a piede libero, si era proposta di presentarmi (leggi: darmi in pasto) una serie di amiche. Tutte con una caratteristica comune: “erano fatte per me” e tutte con una serie di optional che “non potevo non tenere in considerazione”.
In un autosalone sarebbe stato il classico “usato sicuro”.
Ora, conoscendomi discretamente bene, visto che oramai mi frequento da qualche decennio, avevo ritenuto preferibile nicchiare. Nei rapporti sentimentali non mi sono mai classificato nemmeno ai play off.
Evidentemente, però, non ero stato categorico infatti a breve erano piovute su FB, un paio di sospette richieste di amicizia.
Volendo smentire che la curiosità è donna, ho accettato, partendo con sprezzo del pericolo, da quella delle 2 che, non esibiva photos nel proprio profilo FB.
In chat, dopo aver disquisito di crisi in Crimea, dramma dei migranti e fame nel mondo, in un messaggio subliminale, come un tempo al cinema per invogliare all’acquisto di bibite gassate e patatine, la frase: “décolleté” simile a Sabrina Ferilli”, era stata carpita dal subsonscio, e nel giro di una settimana avevo agevolato l’incontro.
Quando però dal vivo, il décolleté ricorda effettivamente la Ferilli, ma tutto il resto Luciana Turina … beh…dopo aver mistificato la mia realtà poi devi risultarmi straordinariamente simpatica. Nulla da eccepire se poi una persona, neanche troppo pignola, si prendesse la briga di un esposto in procura per “scambio di persona”.

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Beh..anch’io e George Clooney siamo due gocce d’acqua, dal punto di vista della somma degli arti.
Naturalmente dal canto mio ho preferito non dare adito a false speranze, puntualizzando solo che “risultavo all’anagrafe”.
Controllerò in agenda, ma non credo ci siano stati altri incontri.
Con la seconda invece, tutto è subito partito col piede giusto. Le foto su FB le “assomigliavano”, era molto elegante, un bel sorriso, socievole, certo l’età non era proprio quella paventata dalla mia amica attrice, in fondo cosa vuoi che siano 8 anni in più se in confronto all’eternità…
Erano però bastati 3 minuti e 42 secondi, per intuire che forse stavolta ero io a non essere di suo gusto, visto che, ovviamente per mettere le mani avanti rispetto a successivi incontri, mi aveva reso partecipe di un suo progetto a breve: la visita in luoghi di preghiera in giro per l’Europa, cercando di fare tappa in uno di questi a meditare per un tempo indeterminato, nell’intento di cercare se stessa.
Beh…spero vivamente riesca a scorgersi da qualche parte.
Il successivo appuntamento l’abbiamo fissato per l’aprile del 2018…. l’ho pregata di essere puntuale!


Alla luce di questi incontri, ho molto riflettuto, e visto che la sociologia non si è ancora espressa su queste problematiche, mi sono preso la responsabilità di coniare un’innovativa teoria che spero possa essere di sostegno a quelli che continuano a perpetrare ‘sto tipo di incontri.
Ero partito dal presupposto che gli incontri al buio rasentano sempre un senso di inutilità e tristezza pari solo alle feste dei coscritti.
Volendo accattivarsi “l’altro”, è chiaro cercare di adottare una tattica. Nulla a che vedere, quindi, con il desiderio di conoscersi veramente e con quella che potremmo definire verità.
È chiaro il timore di non arrivare al secondo di appuntamento e quindi le conversazioni, non sono libere. Sono incatenate da una ferrea tattica che somiglia sempre più al risiko che ad un pacifico incontro. Vorrei ricordare che quest’ultimo è il gioco della guerra e quindi è palese che la diplomazia e trattativa vengano utilizzati negli scontri, mai negli incontri. Non è quindi esagerato definire l’appuntamento al buio, alla stregua di una guerra svolta su campo minato fatta di baionette e trincea, con scarponi pesanti dal fango e agguati nel cuore della notte.
Per evitare tutto questo, e rendere l’appuntamento non una battaglia, bensì un incontro gioioso, di verità, di empatia, è importante, anzi essenziale, prima ancora delle presentazioni sciogliere l’ovvia tensione emotiva. E cosa può risolvere la situazione se non un immediato rapporto sessuale? Questo deve essere chiaro da subito.
Mi spiego meglio.
Tu vegetariano che vuoi fare una gara podistica, non ritieni importante sapere se il premio finale sarà della salsiccia o della lattuga?
Ritengo che consumare, prima ancora delle presentazioni, un rapporto sessuale, possa risolvere tutto in breve e quindi evitare tutta una serie di tristi imprecisioni (palle).
Qualche uomo ottimista potrebbe proporvi un hotel a ore. Buon per voi. Certo, vista la crisi, se non vi potete permettere un alloggio confortevole, può risultare proficuo anche del sesso orale consumato nel parcheggio di un centro commerciale. Qui, però, mi permetto di puntualizzare molta, molta attenzione, visto che in alcune donne l’emozione del primo incontro, può far sbattere pericolosamente le mandibole.
Ecco…ora che il problema è risolto! Tocca a voi…andate… e incontrate!!

 

A ME ULISSE MI FA UNA PIPPA

Eravamo rimasti che in abito carnascialesco, scorrazzavo su gondole e palazzi veneziani per allietare dei poco gaudenti signorotti prussiani in gita premio a Venezia.
Venezia è una città bellissima si sa, e l’Italia in genere può vantare i più famosi personaggi della commedia dell’arte con maschera o senza. (purtroppo all’estero, la più rappresentativa rimane sempre quella del tale che alle ultime europee ha preso il 16%).

Dopo due delle tre serate, andate senza particolari intoppi, tutto avrebbe fatto presagire che pure la terza ed ultima, avrebbe contribuito a concludere in gloria questa mia avventura lagunare.
Ogni tanto, non so come mai, ma ho la strana sensazione di poter iniziare un progetto e riuscire a portarlo a termine senza che aleggi l’ala del dramma shakespeariano sopra la mia testa. Una stranezza questa, che va a travalicare gli insegnamenti familiari, portandomi ad uscire dal mio classico personaggio, ben descritto in una raggelante metafora che Gianka dell’edicola mi formulò da sobrio una mattina, “tu parti bene ma non concretizzi… questo è il tuo problema. Un po’ come se con le donne tu riuscissi a sedurle ma non ce la fai a concludere perchè al momento buono la parte finale ti si piega verso il basso”.
(beh…almeno l’esempio non fa una piega. Cmq tranquille… di metafora si tratta!)
Pure in questa situazione, la mia mente, senza chiedere il permesso che naturalmente avrei negato, aveva saltato a piè pari una delle dottrine cardine della mia famiglia. Un insegnamento coniato da Mr Silent, il mio babbo che, con la proverbiale parsimonia alfabetica, l’aveva formulata nel corso di 3 mesi nell’inverno del 1986:…. “l’ottimismo porta sfiga”.
La prima avvisaglia, a farmi percepire quanto le radici familiari siano difficili da estirpare facendomi scendere con i piedi per terra, l’avevo percepita un attimo prima della nostra ultima entrata in scena.
Dunque:
…al termine della serata, in pieno Canal Grande, avevamo issato con 7 enormi palloni scuri gonfiati a elio, un’enorme luna gialla carezzata da un potente fascio luminoso che partiva dal piano superiore del palazzo.

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Al momento della calata dei prussiani dal salone dopo la cena, il mio maestro vestito da Pierrot, sarebbe poi salito su di una scala a considerevole altezza e l’avrebbe calata nella gondola, dopo di che, ci saremmo dileguati nella laguna nel brillare delle onde.
Quindi applausi…
auf wiedersehen…e saremmo rientrati dal retro attraverso le calli.
(una cazzata…ok… ma vi assicuro nell’Alta Sassonia ‘sta roba spacca!)

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Prima avvisaglia:
..nell’attesa degli ospiti, un taxi che giurerei arrivato a tutta manetta ed in impennata, si era bloccato a mezzo millimetro dalla nostra imbarcazione. Vedendomi già immerso nell’acqua della laguna, per istinto avevo strizzato gli occhi ma al momento di riaprirli due le sorprese in contemporanea si erano palesate in una specie di happy hour della sfiga.
Uno: tremante ero miracolosamente rimasto in ginocchio all’interno dell’imbarcazione,
due….Cazzo!! la lente a contatto, l’unica, era sparita, avvalorando la mia personale teoria per la quale andrebbero sempre fissate con puntine da disegno.
Risvegliandomi da quel coma estemporaneo, avevo preso a notare solo sparuti bagliori chiari nell’acqua scura e suoni che schizzavano fuori da un buio tutto mio.

Nessun problema, mi dico, taccio, seguo i colleghi e rientro con loro….se non che, il nostro gondoliere prende per un motivo a me oscuro (ma in quel momento tutto mi era oscuro) una direzione diversa dal solito e ci fa attraccare in un posto sconosciuto. (Per i non vedenti, qualsiasi posto risulta sconosciuto). Vabbè… seguirò le sagome, penso, non ricordando che mio compito era pure quello di riportare indietro gli enormi aerostati i quali, però, una volta staccati dalla gondola, senza pensarci troppo erano partiti a spingere verso l’alto con decisione. Nel tentativo di farmi salire con loro in cielo con discreto anticipo (spero), si erano però incastrati in una calletta ed in un attimo mi ritrovo esausto, solo, semi-cieco e bloccato da 7 enormi palle a grappolo. Naturalmente, avrei potuto tranquillamente proseguire il cammino, se solo ‘ste cazzo di palle si fossero posizionate di loro spontanea volontà in educata fila indiana. Pare non faccia parte della loro tradizione quindi…panico totale!!

Fortuna che poco dopo, attorno alla mezzanotte, come l’arrivo di un Messia, era apparsa alle mie spalle una piccola comitiva di francesi con bambini, avvalorando ai miei occhi l’ipotesi che un giorno pure per i testimoni di Geova qualcuno sarebbe finalmente potuto arrivare. I più estasiati, ma in fondo è il loro mestiere, i bimbi. Ho voluto immaginarne lo stupore, senza riuscirci del tutto. Credo che mai avrebbero pensato di avere la fortuna di incontrare un Arlecchino fuori stagione sebbene male in arnese. Ma alla fine, proprio loro, spontaneamente, si sono presi la briga sbrigliare i fili e di incanalare in ordinata fila gli enormi palloni permettendomi di procedere senza grossi intoppi.
Naturalmente qualcuno è pure esploso, perchè di vera e propria esplosione si trattava. Per effetto lombard quelli che dormivano su reti ortopediche immagino abbiano zompettato più degli altri, ma non è stato richiesto loro alcun supplemento di prezzo.
Alla fine, coadiuvato dagli assistenti bretoni, che non mi hanno mollato un istante, sono rientrato “a palazzo”.

A destinazione, esausto, guardando verso l’alto avevo contato le palle rimaste. Manco farlo a posta, delle sette, cinque erano scoppiate.
Ero rientrato con un
paio di palle...quindi tutto tornava!

 

NELLA SOCIETÀ LIQUIDA IO NUOTO A RANA

 

Stamattina ho incontrato un amico, un valente musicista lievemente in sovrappeso, (la norma per chi suona il flauto dolce), e ci siamo inerpicati in discussioni che da un tot ammantano il nostro vivere che, con le dovute proporzioni, potremmo definire artistico, quindi precario.
Devo ammettere che, nonostante si vanti di essere un buon conoscitore solo di quarte di copertina, se n’era uscito disquisendo di società liquida.
(Ed io che pensavo fosse la società senza speranze dove per tirare avanti si è dediti all’alcool..mah…vabbè).
Cmq…mi erudiva, stupendomi di quanta “ciccia” si possa trarre da quarte di copertina, del fatto che la nostra società è appunto
“liquida”, senza strutture forti, legami duraturi, desideri, progetti, speranze. In essa tutto è liquido, labile: certezze, patti, impegni, amori. Aveva aggiunto però, che proprio grazie a questa liquidità che rende tutto più precario, era certo si potessero nascondere nuove opportunità lavorative, regalandoci possibilità che, non fossimo in una situazione così provvisoria, non avremmo il coraggio di sperimentare.
La mia considerazione, andando forse ad arricchire il pensiero del suo teorico, non me ne abbia Sig.
Bauman, era che proprio per il motivo di essere una società liquida, doveva per forza esserne ammantato anche il lavoro, tanto da plasmarlo a seconda delle necessità e che proprio da un momento di crisi si potesse trarne nuovi impulsi.
Un’occupazione
liquida, quindi, con la conseguente possibilità di riuscire ad insinuarsi in pertugi che ad occhio nudo si faticherebbe ad individuare e che prima, nella società pre-liquida, che orgogliosamente definirei società-mou, come la caramelle polacchine per intendersi, era meno frequente e conveniente.
Quando l’amico flautista si era allontanato per riprendere
“liquidamente” il suo lavoro di lettore dei contatori gas, mi ero sorpreso a riflettere.
Ogni tanto capita….a mia insaputa, ma capita.
Ho preso quindi a pensare a questa mia di vita che, come un hula hop, costante, mi gira attorno.
Certo, senza andare a disturbare anziani filosofi polacchi, il sentore di questa
liquidità avrei già potuto percepirlo, anche solo ripescando a ritroso gli ultimi avvenimenti lavorativi che avevano attraversato, incauti, la mia strada.
Da attore quale sono, come a scivolare da una scala dopo averne salito qualche piolo, mi ero ritrovato inesorabilmente a discenderne, più o meno precipitosamente, ritrovandomi nell’ordine: ad improvvisarmi co-autore di una sit-com, che non credo nessuno abbia acquistato, collaboratore di cabarettisti che solo per il fatto di aver contattato il sottoscritto, sono finalmente riusciti a strappare un sorriso ed infine lettore per incontri di lettura in biblioteche o scuole dove erano più le volte che venivo percepito come la vecchia “tribuna politica” televisiva.
Nulla di male, badate bene, ma appunto, rendendo
liquida la mia attività.
L’ultimo piolo sul quale mi ero aggrappato, scedendo in caduta libera dalla famosa scala, era capitato proprio la settimana scorsa.
Ero stato contattato da un mio vecchio maestro di teatro per una “performance artistica”, che aveva finito per incastrarsi in tutto e per tutto, metafore comprese, nella
liquidità di cui sopra. Liquidità che, per come mi girassi, aveva preso ad avvilupparmi fino ad inumidire il colletto della mia camicia.
A ben vedere infatti: stavo bevendo un corretto grappa,
(che pure liquido è), la mia carriera fa acqua, da tutte le parti (quindi…), ho un problema intestinale (ma forse non fa testo) ed ultimamente avevo accettato a Venezia (acqua), di affiancare il mio vecchio maestro nel ruolo di Arlecchino per un gruppo di tedeschi per la convention di una multinazionale, in visita premio a Venezia.

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Premetto che questo ruolo non mi appartiene, essendo prevalentemente attore drammatico, ma, come dicevo, da olimpionico di forza della disperazione, mi ero integrato con la “liquidità”, tanto da inserirmi in un pertugio lavorativo che mai avrei pensato intraprendere.

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In un tardo pomeriggio, ero giunto in un signorile palazzo sul canal grande al quale, in serata, erano attraccati alcuni taxi dai quali ne erano scesi degli elegantissimi e sorprendentemente sobri, tedeschi. Erano stati accolti con i dovuti onori da qualche decina di servitori in livrea, disposti come un battaglione in fase bellica ed ognuno con caricatori di aperitivi pronti a sparare.
Qualcuno, lo devo ammettere, era andato a colpire, senza raggiungere organi vitali, pure il sottoscritto.
Bellini alla fragola, credo fossero. Un aperitivo da mezzeseghe, ma che in mezzo a ‘sto tipo di società
liquida faceva la sua porca figura.
Purtroppo, in mezzo a quello sfarzo, cibo, vini ed al servizio del quale pure noi “maestranze” siamo stati omaggiati né più né meno che come tutti gli altri ospiti, se n’era uscito il mio essere montanaro e con lui il conseguente sentirsi fuori luogo.
A scardinare quella mia sensazione, però, con nitida lezioncina, era giunto, improvviso come uno scippo, un cameriere
.
Sbarbato che pareva di porcellana, con capello corto, livrea rossa, immancabile manico di scopa infilato in culo, accento dell’est ma con dizione perfetta, sorridente mi si era avvicinato:
“….signore, la cena è stata di suo gradimento?,… posso fare ancora qualcosa per lei??”
“…no.. grazie…. tutto buono, anzi… immeritatamente troppo buono”.
“..signore, scusi se mi permetto, non per contraddirla, ma vorrei ricordarle che tutti meritiamo tutto”
…all’ora in cui Cenerentola capisce e si toglie dalle palle, una lezioncina da ricordare , e conincorporata figura di merda!…
liquida naturalmente!

 

 

LA PASTA MADRE È SEMPRE INCINTA!

 

Ora, non è che se non ci si sente per un paio di settimane io mi debba anche scusare, però, vai a sapere perchè, mi verrebbe da farlo.
Devo aver fatto incetta di senso di colpa durante un happy hour, tempo fa.
Beh, magari, grazie a questo siete riusciti a convogliare ‘sti 5 minuti che avanzavano nell’occupazione che più vi aggrada, chessò,…. di riflesso mi viene da pensare che potreste alzare la media delle volte che state chiusi in bagno, in fondo la mia è semplicemente lettura da water e con tavoletta alzata, per non schizzarla dei miei pensieri.
Lo so! Avrei potuto pure evitare di farlo notare, visto che nessuno lo farebbe mai pesare, in fondo, se smetto di scriverla la mia vita, che possa essere il segnale che ho ripreso a viverla?…sarebbe un affare per entrambi!
Fatto sta che, come una pioggerellina con brezza rinfrescante nel deserto del Sahara, un paio di proposte di lavoro erano arrivate.
Nulla di trascendentale, badate bene. Qualche piccola proposta… ma retribuita.
Prima fra tutti, l’invito a ri-salire su di un palco per una serata di cabaret. Insomma… palco sono parole grosse. Dico solo che, ipoteticamente, avessi voluto, ma non ho voluto, avrei tranquillamente potuto ingravidare una delle 2 ragazze della prima fila. Tranquilli, non l’ho fatto… son cose che non faccio da sobrio.
Essendo nato come attore drammatico, non bistratto certo la comicità che è pur sempre una forma d’arte, ma da sempre l’impressione che ne ho percepito è di essere in casa d’altri. Ospite. Per un po’ ci ho pure lavorato, avendo un briciolo di attitudine alla cazzata. Qualche stupidaggine è stata pubblicata, qualcun’altra pure venduta, (motivo sufficiente per credere in Dio) ed in qualche trasmissione TV ci sono pure rimasto incastrato. (tranquilli! solo roba che resterà negli anali), ma ripeto, non l’ho mai vissuto come un abito della mia misura.
Stavolta, invece, senza l’ausilio di droghe che non posso permettermi, anzi forse proprio per quello, ho accettato. Tempo a disposizione ce n’era a sufficienza, mi ero detto, e piuttosto tranquillo ho accettato.
Mia intenzione era riesumare un progettino. Un personaggio molto particolare, lontano dalla realtà, complicato per la costruzione e totalmente inverosimile se rapportato ai giorni nostri. Per intenderci, un po’ come portare in scena un marziano. Non so, avete presente “Spazio 1999” o “Star Trek”? Qualcosa di ancora meno credibile: un leghista intellettuale.
Diciamo che mi sono voluto mettere alla prova senza un preciso scopo, in totale solitudine e su una piattaforma diversa dal solito, avendo sempre prediletto, per la compagnia e tranquillità il lavoro in equipe. Un po’ come se una ragazza mi chiedesse di fare del sesso ed le rispondessi: “o un’orgia o niente..sai…c’è meno responsabilità e puoi scambiare due parole con il vicino”.
Vedete? Non siete le uniche ad essere complicate.
Ma come sempre (mi) succede, il tempo che mi divideva da questa specie di debutto era partito al galoppo, andando velocemente ad assottigliarsi grazie ad una serie di imprevisti.
Partiamo con un virus intestinale di Jena, 6 anni. (con dosi massicce di scagotto). Va da se, che il piccolo mi resta in casa per una settimana. Per rendere nitida l’idea, l’immagine che aiuta la comprensione, è di un gatto attaccato ai testicoli che instancabile gioca a Yo-Yo.
Eravamo però in buona compagnia.
Pidocchi.
Non mi è ancora chiaro come vengano a palesarsi ma faccio notare che quelli di ultima generazione, i 2.0, se riesci a salirci sopra con i piedi puoi utilizzarli come roller blade. Per un po’ ci siamo pure divertiti, almeno fino a quando ho rischiato di spezzarmi il polso DX rischiando di vanificare pure il mio hobby preferito.
Non bastasse ho dovuto accudire….no, non un cucciolo…una torta. Il Dolce di Padre Pio. A me lui piace. Premetto di non essere cattolico ma mi piace. Con persone sanguinanti ho avuto spesso problemi a relazionarmi, lui, invece, l’ho sempre recepito come persona gradevole e tranquilla. Che strana ‘sta cosa no? Aggià..che cretino!..le altre erano donne!
Dicevo, oltre a tutti gli inghippi, ho dovuto pure custodire…un torta. Sono di quelle fatte con la pasta madre e delle quali ignoro altri gradi di parentela. Al termine devi conservarne 3 unità per farla “ripartire” donandola a 3 persone che non possono rifiutarsi di accettare e che a sto punto chiamereitranquillamente Dolce Don Corleone. Fatto sta, bisogna seguire pedissequamente tutta una serie di step giornalieri, un giorno una cosa, un giorno un’altra e con una tal cura che pare di stare con una fidanzata che ancora non ti si è concessa. In fin dei conti, anche per ‘sta torta le attenzioni non durano più di 10 gg. Unico problemino, nel mio girovagare me la sono dovuta scarrozzare e pure al locale del cabaret me la sono dovuta portare per terminare parte dell’impasto.
Non bastasse, altra cosa che ha rallentato la preparazione del mio “straordinario” intervento cabarettistico, l’invito di un’amica attrice a Bologna, l’organizzatrice del Error day, per un progetto del quale non ci ho capito molto, ma ho capito di essere fondamentale anche con gli abiti addosso. Quindi, tra studio e discussioni, qualche altro giorno se n’era partito avvicinandomi al giorno del debutto con un nulla di fatto. Ed il classico principio di agitazione.
Mai che gli impegni si prendano la briga di dilazionarsi di loro spontanea volontà nel corso dell’anno.
Come quando ti fidanzi. Immancabilmente, ti si presentano subito dopo un sacco di nuove possibilità di incontro. Al contrario, invece, quando 6 single hai la certezza che non ti cagherà nessuno per l’eternità. Seguendo questa inoppugnabile logica, ne possiamo dedurre insieme che per trovare la
fidanzata, bisogna essere fidanzati…(??). La teoria è del sottoscritto, anche se poi Mario Monti ha tentato, con logica simile, di sanare il paese.
Per quel che riguarda la mia performance, essendo un testo esordiente davanti ad un pubblico di scalmanati e ad un barista che interagiva con gli attori con incessante lancio di oggetti, tra l’altro la parte più godibile della serata, la quasi sufficienza me la voglio cmq assegnare.
Certo, rispetto le prove che fai nella solitudine della tua cameretta, forse sono stato un po’ “veloce”, un classico, dopo che non si pratica da un tot.
Metafora questa, che può ricordare ambiti intimi tra uomo e donna. Beh, può capitare. Non facciamone però un dramma. L’importante è trovare una soluzione. Una mia personale ce l’ho e pare brutto non mettervene al corrente. Ottimo “ritardante” nei momenti intimi, risulta essere il pensiero alla trattativa stato-mafia e conseguente distruzione delle intercettazioni telefoniche…. o nei casi più gravi, sufficiente visualizzare gli applausi del SAP (sindacato autonomo di polizia) di qualche giorno fa.
Unico neo della serata, una piccola diatriba, accesa
non dal sottoscritto ovviamente, ma da una giovane e promettente cabarettista con mamma gradevole appresso. Quest’ultima, al termine del pezzo della giovane, sentendosi più volte chiamata in causa, aveva asserito di essersi messa una serpe in seno. Io, con il proverbiale senso civico che mi contraddistingue mi ero avvicinato ed offerto di estrarla a mani nude,…. pare che l’invito non sia stato colto di buon grado.
…vabbè….
….a ‘sto punto non mi resta che andare a infornare l’impasto di Padre Pio…..cazzo….ma dov’è??…vuoi che da sabato sia ancora sotto il sedile dell’auto??

 

TALE PADRE, TALE FIGLIO (ma speriamo di no!)

 

Abito in un piccolo appartamento al piano terra, diciamo che se ci entra un refolo di vento devo uscire io. La camera pure non è molto grande, infatti nella libreria, non posso tenere libri con più di 150 pagine. Nel bagno, invece, è vietata la carta igienica a 2 veli o dovrei strisciare sulla parete.
Tutto questo per dire che l’altra mattina quando Jena (6 anni) ospite per il weekend nel resort di papy si è alzato nel cuore della notte per correre verso la catacomba, (bagno senza finestre) è stato subito “percepito”.
La cosa strana, mentre tende solitamente ad avvisarmi anche telefonicamente di ogni minimo smottamento corporale, il fatto che stavolta non l’avesse fatto, era parso inconsueto.
Sotto il piumone Ikea faccio la cosa che ritengo più saggia e che agli uomini apprendono fin da piccoli…tergiverso.
Questo tergiversare viene però interrotto da una serie di rumori ambigui provenienti dalla catacomba. Con l’andatura dell’abitué da sagre paesane, mi alzo in piedi sollevandomi per un orecchio e mi conduco in direzione senza il minimo sentore di quello che avrei potuto trovare lì dentro.
Lo spettacolo inaspettato è agghiacciante…
All’interno, una sagoma di Gremlin seduto sul vater.
Il resto del corpo, invece, è ripiegato come un salice piangente di lato in direzione bidet e pare un’istallazione. Se la vede Maurizio Catellan, sicuro, ne prende spunto e ci fa qualche milione di euro.
Mi pietrifico.
Non ci si può credere, ma da ogni orifizio del “mostro”, orecchie escluse, iniziano a fuoriuscire sostanze sconosciute di colore indefinito che pare di essere nella cucina di Mc Donald.
Mi tremano le gambe. Ho paura.
Respiro a fondo e raccatto la calma possibile. Balbettante, poi, chiedo al Gremlin, se casualmente ha notato il bambino di 6 anni entrato da poco. Il mostriciattolo mi guarda di uno sguardo smunto, esangue. Sotto gli occhi due “borse” ed anche se il bagno non è molto illuminato intuisco essere una sottomarca.
Da una piccola feritoia ricoperta di liquami tossici che desumo essere la bocca, lo strano essere emette un suono nella mia lingua:
“papy… forse sto un po’ male”.
Lo scruto ben bene e…non ci posso credere… è proprio lui. Jena. Mio figlio.
Effettivamente ora, a guardarlo bene, la forte somiglianza con la mamma è più evidente.
Il primo pensiero di un papà cialtrone alle 6.45 del mattino??
Figata!!
Risparmio i 2 raudi (petardi) della sveglia.
“..dai che non è niente… preparati che si va a scuola….se poi non stai bene, mi chiamano e ti vengo a prendere”.

Dopo un paio d’ore, un piccolo sogno che “covava” da inizio anno scolastico pare avverarsi.
La maestra di italiano mi telefona. Se i sogni seguissero un copione ne uscirebbe un invito a cena per la sera stessa, invece, l’unico invito che ricevo, è di passare al più presto a scuola. C’è un pacco da ritirare.

In auto Jena, prima di partire mi si accoccola. Lo abbraccio forte mentre esperimento una nuova marca di senso di colpa. Sembra a buon mercato. Credo ne farò uso spesso in futuro. Mi guarda e si scusa.
(???)
“..non c’è niente da scusarsi”..dico.
Accenna un sorriso.
“…sai papy… anche io come te sono un grande attore”
(???)
“..sì, un po’ di mal di pancia ce l’avevo… ma poi ho pensato che poi c’era matematica…”
Poco convinto, quindi da pessimo attore, abbozzo una paternale in scala 1:2.
“Ma tu papy… hai mai usato questo trucchetto quando eri piccolo?”.
“…no… il papà non usa mai sotterfugi…” Mentre il naso sbatte sul volante.
Effettivamente non essendo uno
stinco ma nemmeno un ginocchio di santo, ero stato (mi ero) coinvolto in una situazione analoga. Qualche annetto a dire il vero è passato. Al campetto della parrocchia giocavo ancora a calcetto con Romeo Benetti.

Avevo accompagnato un amico a delle selezioni per seminario di teatro con G. Albertazzi. Ero molto emozionato, visto che, coincidenza (?), in quel periodo stavo leggendo proprio la sua autobiografia intitolata, guarda caso “Un Perdente di Successo” e quindi avrei avuto montagne di domande da fargli.

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Il
maestro decise di sottoporre anche il sottoscritto al colloquio e non proprio come accade nei provini che alla fine viene preso l’accompagnatore, ma, credo a causa di un numero esiguo di adesioni, pure io vengo invitato a partecipare.
Incoerente a sensazioni fisiche ed emotive che inascoltate albergano dalle mie parti da sempre, avevo declinato l’invito, ma come quelle tipe che invitate ad andare in discoteca negano qualsiasi interesse, ma dentro un pacchetto di Marlboro da 10 tengono il completino da cubista, che non si sa mai, poche ore dopo avevo candidamente capitolato.

(abbiate pazienza)

torno subito

(ho voluto controllare i tempi di prescrizione…OK ci siamo! posso continuare)

Il giorno dopo, quindi, al supermercato dove lavoravo, verso l’ora di pranzo, con sapiente volo d’angelo, dalla cima di una scala ero volato a terra e subito soccorso da una Hostess che proponeva colombe pasquali.
(
colombavolo tutto aveva un senso, quindi.).
Al pronto soccorso, per rendere tutto plausibile, ero arrivato perfino a farmi violentare da una siringa ben diretta da un infermiere con i baffi arrotolati all’insù, siringa che, non avendo nulla da sanare, il mal di schiena l’aveva creato.
Ne era valsa la pena.
L’esperienza era stata travolgente. Oltre alle classiche “lezioni”, nei dopo cena il
maestro spargeva aneddoti come il verderame sui prati facendoci riverberare addosso il periodo d’oro del teatro con narrazioni che andavano ad abbracciare buona parte del secolo scorso.
Come tutte le esperienze forti, non mi era chiaro del tutto quello che mi stava succedendo.
Avevo preso a vivere in una realtà ovattata.
Una sensazione molto simile agli effetti dell’infatuazione sentimentale. Cosa della quale mi fregio di avere una lunga esperienza sul campo…. ma pure in altre location.
Una specie di
“imbesuimento” artistico.
Ero arrivato a rivalutare il motivo per il quale Mrs Gramelot, mia madre, ci portava al mare. Per lo
iodio diceva.Il famoso iodio!. Non avevo mai capito cosa fosse. Non lo vedevo, non lo toccavo, ma pare che a respirarlo facesse bene. Esattamente come quel periodo, breve ma straordinario, di vita.
Auto assolvermi non è mai stata la mia materia preferita ma in quell’occasione l’avevo fatto. In fondo, pensavo, i sentimenti d’amore, di qualsiasi tipo, vanno sempre tutelati.
La sensazione che tra noi potesse esserci una grande storia per un po’ c’è pure stato. Ma poi un po’ di consuetudine era subentrata ed aveva fatto calare il desiderio e lui, il teatro non me l’aveva perdonato.


In fondo è vero. Non bisogna mai distrarci dalle cose che amiamo..
Giro la chiave e metto in moto l’auto:
“…piccolo, dai che si parte… Jena…Jenaaa!!! Ma dove cazzo è finito adesso??”

PERDERE LA DIGNITÀ NON È POI COSÌ GRAVE

 

Voi lo aspettavate e lui, il momento, è arrivato!
Ne avevo accennato un paio di volte negli ultimi post e quindi, anticipando i vostri desideri, magnanimo, ho deciso di svelarvi come sono andate esattamente le cose il giorno in cui sbriciolai la dignità in quel locale Lap Dance del trentino.
Voglio premettere che qualche lustrino è passato. Era ancora il secolo scorso. Più o meno all’epoca in cui quel bontempone di Umberto Bossi apostrofava Berlusconi, un giorno sì e l’altro pure, “mafioso di Arcore”.
Come un avvocato di me stesso, per edulcorare ai vostri occhi la mia posizione, “signori della corte”, vi prego di tenere in considerazione le seguenti attenuanti.
Io, sono un montanaro inside. Dunque ingenuo. Ed un tempo peggio di ora. Questo per dire che non sono abituato alle cose “strane”.
Perfino Lady Marion, mia dirimpettaia, mi ha tacciato di essere un
“oggetto” fuori dal mondo per il grave crimine di esser vissuto fino ad ora, inconsapevole, della presenza di due capisaldi dell’alimentazione mondiale: kepab e mojito. (oltre ad aver dichiarato che lo spritz fa cagare)
Secondo ‘sta sua non opinabile teoria, sono condannabile dal momento che la legge italiana non ammette ignoranza.
Insomma, un caso grave che va a posizionarsi dalle parti di Norimberga.
Ma partiamo!
Un paio di amici del teatro, mi invitano a festeggiare con loro l’addio al celibato di un comune amico. Non accettare pare brutto!
Il sabato seguente, quindi, mi caricano su di un’auto e via… si va in trentino.
Spaghettata e discoteca pare essere la versione ufficiale.
Per un piatto di pasta spostarsi di un centinaio di KM dalla mia città natale pasquale? (visto il periodo)…mah!
A pormi queste domande non ero solo. C’era anche Paolo. Oltre che i più giovani, eravamo anche quelli che, se all’epoca ci avessero invitato ad una gita fuori porta, saremmo stati tutto il tempo sul pianerottolo.
Inconsapevoli come i neonati senza colpe, prendiamo posto sui sedili posteriori.

Le esalazioni di feromoni misto a Kenzo-uomo, che come nebbiolina rendevano difficoltosa la visuale già all’interno dell’auto, dovevano far presagire che qualcosa di terribile sarebbe capitato. Ma come per le grandi catastrofi ambientali, tutto è palese solo dopo aver oltrepassato il famoso punto di non ritorno..
In seconda serata, ci inerpichiamo in collina, una zona isolata e lì c’è la discoteca. La discoteca non era simile alle 2 che ricordavo ed infatti non si chiamava nemmeno discoteca bensì Night Club…boh!
Siamo in regione autonoma e quindi, con i nomi, fanno un po’ quel cazzo che vogliono, penso. E poi quel nome che, vado a memoria, poteva essere sexy-blue o rose(abbiate pazienza, sono pure daltonico).
Entriamo. Con sorpresa, noto che a pascolare, scomposti, davanti al bancone, ci sono solo uomini. Donne, a parte qualche cameriera senza vassoio e con mutandine e reggiseno variopinti, nel locale, nessuna.
Locale che, oltre tutto, pareva in fase di ristrutturazione, visto che rinforzare e sostenere il soffitto, c’era una serie di tubi argento posizionati in parte del perimetro su cubi metallici ricoperti di velluto rosso. Manutenzione straordinaria penso. Infatti trovo imprudente andare a stazionare proprio su quel lato del locale, ma tant’è!

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Capire che la frittata era ormai fatta, è parso manifesto quando una delle cameriere, salendo su un divanetto ed avvicinandosi ad un uomo, aveva divaricato gli arti inferiori ed accostato le mutandine con pizzo a pochi centimetri dal naso del suddetto.
Ho immaginato fosse per l’urgenza di chiedere una valutazione sul detergente intimo appena acquistato.
Immediatamente dopo, il pensiero è andato a Mrs Gramelot, mia mamma.
Credo che sarebbe impazzita se avesse visto la ragazza con le scarpe sul divanetto.
In breve, però, è stato lampante che più che frittata si trattava di purè, visto che addosso al poveretto (?), la servente, aveva iniziato a strofinare a destra, sinistra e poi con lievi rotazioni…la patata.
(e sto arrossendo…voi che siete in malafede non ci credete, ma sto arrossendo!).

Dopo 10 volte, però, capisco subito e quindi, senza troppe spiegazioni, Paolo ed io, come pezzi degli scacchi, abbiamo praticato un veloce arrocco con le poltroncine nell’intento di proteggerci e posizionandoci su un divanetto nella penombra.
Come a scuola quando si teme l’interrogazione e la maestra gira tra i banchi, abbiamo preso a spostare gli sguardi verso luoghi iperscrutabili cercando accuratamente di non incrociare quello delle “maestre”.

Diciamo che, come a scuola, per la prima ora l’abbiamo fatta franca.
Purtroppo, è arrivata la seconda e con lei la nuova professoressa.
Una ragazza minuta dal nome curioso di Pollicina, o questo è quello che ho capito dallo speaker quando, con enfasi, l’ha presentata.
Da subito, però, un brutto presentimento.
Chiaro come la Batida de coco…da Pollicina non volevo essere interrogato!!
Scrutare la porosità della parete e poi fingere di allacciarmi le scarpe, a ben poco è servito. Alzo gli occhi. Troppo tardi! La maestra si avventa sul sottoscritto ed in un attimo mi trovo disteso al centro della pista quasi completamente nudo e ad una velocità da far annichilire Fregoli ed Arturo Brachetti assieme.
Alla fine, unico superstite, un paio di boxer in stoffa con disegnetti gialli.
Voglio puntualizzare che, sebbene di stoffa, e quindi non elasticizzati, non ho mai corso il rischio che le mie pudenda fuoriuscissero, visto che molto premurosamente, Pollicina, come ad usare del silicone contro gli spifferi degli infissi, aveva riempito i miei boxer di densa panna montata…e pure di ottima qualità. (da sempre i latticini del trentino sono di pregio).

Se pensate che l’interrogazione sia stata breve, beh.. vi sbagliate. Diciamo che, cronometrati da Paolo, sono stato alla lavagna per almeno 40 minuti, subendo domande anche sul programma del primo quadrimestre.
I primi 5 minuti sono stati drammatici, come quando la prof. chiede l’argomento a piacere e si va in palla. Quando però sono iniziate le domande secche, e non ne sbagliavo una, mi sono rilassato ed ho preso seriamente a divertirmi.
Nulla di invalicabile, anche voi ce l’avreste fatta.
Quello che veniva chiesto, in sunto, era di inserire tutta una serie di oggettistica e frutta di vario colore e dimensione nei pertugi che preventivamente la Sig.ra Pollicina mi indicava.

Visto gli ammiccamenti, complimenti e le strette di mano di decine e decine di sconosciuti, credo proprio di aver passato l’esame a pieni voti.
Un’evidente cenno d’orgoglio era impossibile non notarlo anche nei visi adoranti dei miei compagni di viaggio.
Solo Paolo non si era avvicinato.
Ma dov’era Paolo?
Dove l’avevo lasciato. Nella penombra del divanetto, rannicchiato come un piumino da mettere in armadio finita la stagione e con lo sguardo catatonico che non mi mollava un attimo.
Mi ero avvicinato e dalla sua bocca queste poche e flebili parole:

“…se il diavolo esiste…abita qui..”

amen!

 

VIETATO A ROMANTICI E PRESUNTE COPPIE FELICI

Innanzitutto, mi corre l’obbligo di informarvi che il post è vivamente sconsigliato a romanticoni, coppie che si ritengono affiatate o persone in over-dose di “esperienze vissute” da settimanale INTIMITÀ. So.. so bene che guardandomi in faccia non lo si direbbe  ma in passato ne ho letti. Eccome se ne ho letti. (e non me ne vergogno, si sarebbe soliti aggiungere…, invece me ne vergogno..eccome!!).

All’epoca, Mrs Gramelot, mi inviava settimanalmente alla Baita, l’edicola del quartiere. Durante il rientro, camminando, non mancavo di leggere avidamente e, cosa peggiore, a credere e quasi immedesimarmi in quelle fanta-minchiate pubblicate su INTIMITÀ, producendo, ne sono sicuro, la tipica faccia imbesuita del fruitore tipico di telenovelas brasiliane. Non bastasse ancora, poi, come un Pollicino de noartri, da quelle pagine cercavo di trarne spunti e buoni propositi del cuore che seminavo sulla via del ritorno, nella speranza di raccoglierli un giorno per trovare indicazione sulla strada del sentimento da percorrere e che immaginavo ormai tracciata e felice.
Ma si sa, le illusioni sono più evanescenti delle mollichine di pane e quindi… eccomi qui, alla mia età, con “nulla da dichiarare”.
Già a quell’epoca, quindi, una scaglia di dignità se n’era andata. Preme però puntualizzare che avevo 15 anni e di sicuro la scure della prescrizione sarà calata. Il restante della dignità, invece, come ho già detto, l’ho accartocciato e buttato nella differenziata di un locale Lap Dance del trentino…e magari una delle prossime volte la racconto pure.

Dunque:
sabato scorso, con T. amico d’infanzia, andiamo ad una festa di compleanno. Vuole che legga qualcosa per la festeggiata ed opto per dei divertenti monologhi di Woody Allen utili a riequilibrare la parola “compleanno”.
In auto, T. mi informa che si è proposto come addetto alla preparazione delle crepes perchè, dice, può restare in cucina senza l’obbligo di fare public relation… sì, ma neppure public erection, penso.
La cosa mi sorprende, perchè
T. da quando lo conosco, è sempre stato un trascinatore di folle con l’hobby della pesca a strascico. Butta nella rete simpatia, savoir faire e più d’una, senza privilegiare un’età, ne è sempre rimasta invischiata.
Chiedo lumi e questo è quello che ne viene fuori: ” più tardi, dopo il lavoro, arriva anche mia morosa”.
“…???…”


Partiamo intavolando una discussione di alto livello e ne esce una teoria ineluttabile che il sottoscritto, come un Socrate al contrario, non sapeva di sapere, arrivando a disquisire sull’incolmabile differenza tra uomo e donna.
Discorsi grossi, quindi.
Parto in rapida statistica mentale e subito mi rincuoro perché è chiaro da subito che ‘sta situazione appartiene al genere maschile e noi due non siamo certi mosche bianche.
Nonostante questo, una tristezza di fondo mi avviluppa.
In sunto, T., lamenta il fatto che andare alla festa con la fidanzata, è come andare alla Bier Fest portandosi da casa la birretta Dreher.
Cristallino! Come dargli torto?
Dopo non molto, arriviamo alla teoria: – da che l’uomo è uomo, alla festa, gode quasi ed esclusivamente per il fatto di avvicinare nuove creature, odorare nuovi profumi, palesemente diversi da quelli incistati sotto le lenzuola del lettone di camera,  compiacendosi nel conoscere e vivere novità seduttive -.
Quando, per ovvi motivi viene a mancare questo, è comprensibile desiderare di rimanere chiusi in cucina a preparare crepes.
In sunto e senza paura di esagerare, arriviamo a dichiarare che l’uomo e donna sono tra loro corpi estranei che devono solo difendersi da loro stessi.
Prendiamo il calcio.
Mogli e fidanzate ora rotoleranno dai tacchi, ma è giusto che qualcuno vi illumini. Io!
L’uomo odia il calcio e lo sport in genere!!
Finge di non poterne fare a meno, ma nella realtà abbisogna di una scusa per rimanere a casa la domenica pomeriggio, mentre lei fa la gimkana tra i parenti.
In un summit mondiale, una geniale equipe di scienziati, deve essere riuscita a far credere alla donna che l’uomo vive di sport e che almeno questo gli doveva essere concesso.
Finalmente chiaro il motivo per cui la donna martorizza l’uomo su tutto, ma sullo sport in TV è costretta a concedergli questa vitale ora d’aria??
Vabbè…lo scotto è che lei, per questo lo tratti da stupidino con le amiche, ma credo ne valga la pena e poi…pure loro tengono un elemento del genere in casa.
Mi viene da pensare che col tempo la situazione sia peggiorata, vista la frequenza di partite infrasettimanali.

Visto che ultimamente mi sto occupando di saggistica, ne approfitto per invadere il campo “sesso di coppia”. Spero mi perdonerete.
Ora, a parte la congruenza del corpo maschile su quello femminile che ammetto, un certo grado di piacere lo da, in caso contrario finirebbe la specie, buona parte del resto è chiaramente artificioso e complesso. Basti pensare all’uomo alle prese con un seno di donna. Lo ammetto, rasentiamo il ridicolo! Cari colleghi, si chiamano capezzoli! Smettiamola di usarli come fossero pulsanti della vecchia radio a transistor nel goffo tentativo di cambiarne frequenza. Se poi tenta di addentarci l’orecchio, non illudiamoci, sta solo tentando di farci mollare la presa.

Ed il sesso orale? Nei suoi confronti l’uomo è l’unico che sa come andrebbe fatto, anche se è chiaro che io, personalmente, mai mi esibirei in dimostrazioni di piazza. (lo stesso vale per la parte avversa, naturalmente)
A parte qualche eccezione che si interrompe bruscamente dopo che il prete dice: “vi dichiaro marito e moglie…” sono rare le donne in grado di espletare  tale “mansione”.
Ora però, a nanna i bambini!!
Ho sul fuoco un’ esperienza personale di qualche lustro fa ma utile ad avvalorare ‘sto stato di incoerenza.
Ai tempi delle guerre puniche, una ragazza con la quale stavo intrattenendo una relazione seria, (infatti all’epoca avevo smesso completamente di ridere) dopo un cinema deludente, si era proposta di alleviare lo sconforto proponendo del sesso orale a mio vantaggio.
Sono bene educato e quindi accetto.
Il problema, però, si palesa nell’immediato. Per un motivo sconosciuto, la suddetta, si mette ad improvvisare ed inizia a mie spese, con gli incisivi, una lenta circoncisione, comportandomi fitte di dolore fisico.
Un po’ per carattere, un po’ per non offendere la partner, ma soprattutto per anestetizzare la situazione, mi celo dietro ad una dissociazione
psico-fisica, pratica imparata negli anni di lavoro alla pressa in una fabbrica del Cadore. Arrivo quindi ad alienarmi completamente.
Dopo qualche minuto, però, completamente dimentico di quello che stavo subendo e quindi del tutto disinteressato alla signorina inginocchiata, senza chiedere il permesso al cervello, mi sento chiederle:
-Amore, ti sei più ricordata di spedire i punti degli yogurt Danone Vitasnella per la raccolta delle coppette? …in settimana scade il concorso-.
Beh… Non è stato un momento esaltante. Ho scongiurato l’evirazione che, tra parentesi era già a buon punto, accasciandomi a terra e fingendo un malore.

Alla luce di questo, con T., prima di scendere dall’auto, non abbiamo potuto non concordare su quello che dichiarò quel genio totale ed indimenticato di Massimo Troisi:
“uomini e donne non dovrebbero stare insieme…
so’ttroppo diversi!!”

(ps. per una Rossa Moretti sono disposto a ritrattare tutto)

ERROR DAY (se non erro…erro)

Ogni tanto, se guardo indietro, mi rivedo incedere esitante e dubbioso su di un percorso costellato di errori, posizionati sulla strada con la stessa frequenza dei paracarri.
Contrariamente a quello che dichiarava quel bontempone di Freud, ossia che le cose negative tendiamo a dimenticarle, o meglio, come dice chi parla bene, “rimuoverle”, a me capita esattamente il contrario. A me quelle raffiorano! (Sigmund, tranquillo, niente di personale)
Ora, so che si riferiva a quei “ricordi negativi” che stanno di casa nell’inconscio, mentre io a quelli più superficiali. Fatto sta che io, sarà la crisi, neppure l’inconscio mi posso più permettere.
Agli errori, su invito della parola stessa, diamo sempre e solo un’accezione negativa, ma può pure succedere, al contrario, che siano fonte di ispirazione e cambiamento. Viaggiare alla ricerca di qualcosa non è pur sempre un errare?.
Vorrei poter dire di esserci arrivato da solo, ma si sa, purtroppo fatico a riflettere pure davanti ad uno specchio.
La verità, è che nel week end scorso, sono stato invitato per una 2 giorni dedicata all’errore (Error Day) a Bologna da due care amiche, Clelia e Monica, se non che organizzatrici dell’evento.
E lì mi si è aperto un mondo con tutti i suoi spifferi.
A parte gli errori intesi come strafalcioni e che senz’altro ci è capitato di incontrare per strada, nei cartelli stradali o più ancora nelle insegne, sul tema dell’errore in genere, si sono avvicendati insegnanti universitari-scrittori (Ermanno Cavazzoni ed Enrico Fornaroli), ed ognuno, nel proprio campo, conducendoci per mano alle loro esperienza di errore.

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Gli stessi fumetti dei super eroi, ad esempio, presenza costante del nostro periodo pre-masturbatorio, come ha raccontato in modo avvincente Enrico, sono diventati tali proprio in seguito agli errori dei quali delle normalissime persone sono state vittime.
Quindi, il tramutarsi in positività di un evento apparentemente negativo.
Immagino che avere a disposizione dei poteri magici possa creare qualche scompenso psicologico e non intendo entrare nel caso specifico, ma immagino che Ken Parker abbia dovuto sborsare una certa sommetta in psicoterapia.
Più fortunati forse i fantastici 4, visto che negli incontri collettivi la tariffa è sempre ridotta, ma tant’è.


E’ stata la volta poi degli errori verbali, creati oralmente nel “boccabolario” da una geniale artista, Alessandra Berardi. Beh.. mi farei venire un’orchite piuttosto che non regalarvene un paio.

AVARO Qualcuno che ha i giorni scontati.
DIAVOLO Angelo scaduto.
DIETOLOGO Qualcuno che ingrassate perché vi faccia dimagrire.
EDITORE Artefice dell’altrui cestino.
ESISTENZA Un viaggio nel tempo e nell’ospizio.
RE MAGIO Qualcuno che va dalle stelle alle stalle.
SILENZIO Un dialogo tra sardi

Restando in tema, un incontro in particolare ha addirittura sciolto dalla commozione parte del calippo che c’è in me, per la disarmante dimostrazione ed a tratti sconvolgente, di come a volte, l’errore possa risultare la chiave d’accesso all’armadio dove è riposto l’abbigliamento della nostra misura, andando così a stravolgere il nostro look esistenziale.

La storia di Meng Huang, cinese, talentuoso artista visivo…(confermo..si vedeva!), scandita da 34 illustrazioni dello stesso che ne hanno dipanato la storia poi tradotta da Monica D., sua scopritrice, grande critica d’arte cinese. (ma soprattutto grande amica mia)

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Durante l’infanzia, dopo aver causato un incidente (errore), per fuggire all’ira dei genitori, si rifugia presso un amico dove, negli scantinati, conosce un pittore intento a ritrarre una ciminiera. Rimane estremamente colpito dall’uomo ma ancor prima dalla sua arte, infatti, anni dopo, ritrovando la stessa immagine dal vivo, e rivivendo la stessa l’emozione di anni prima, ha la netta percezione di quale sarà la strada da percorrere.
Molti anni dopo, un secondo errore bussa alla porta e lui provvidenzialmente apre.
L’errore, stavolta è la lacerazione di parte di una tela sulla quale sta lavorando. Disperato e non avendo modo di acquistarne un’altra, escogita, nel tentativo di recuperarla una nuova tecnica, e proprio quest’ultima da lì in avanti diventerà suo marchio di fabbrica, procurandogli non poche soddisfazioni artistiche.

Ora, so che non è elegante inserire esperienze personali in mezzo a persone di così grande spessore, ma pure io, nel mio piccolo, in anni passati e a seguito di un errore, ho avuto la medesima netta e percezione di aver inventato qualcosa di grandioso. Trattasi nella fattispecie di un rivoluzionario sistema anti-cellulite, ispirato dalla mia coscia destra dopo un disastroso ruzzolone con i roller, mentre con un certa urgenza attendevo l’arrivo di un’autoambulanza.
Ma si sa, questa è l’Italia, paese dove mai viene dato spazio all’intraprendenza dei giovani se non raccomandati, e quindi, immagino che l’invenzione stia ancora lì, sonnecchiando presso l’ufficio brevetti.

Nonostante sia stato narrato a fine serata, mentre molti cadaveri di San Giovese giacevano a terra come testicoli dopo un comizio di Borghezio, il seguente aneddoto ve lo passo come assodato.
Quindi…cazzuolata di cultura!

Pare ci sia stato chi, invece, l‘errore andava appositamente a cercarlo per trarne spunti artistici.
Morandi, (con mia sorpresa non quello che la mamma mandava a prendere il latte, bensì Giorgio grande incisore, ma non di dischi), quando viaggiava sul tram, era solito disegnare per analizzare l’effetto che veniva a crearsi con la matita, le volte che il tram “zompettava” per il salto di rotaia.

Per concludere, a ben vedere, altra opera d’arte, partita da un errore è senza dubbio la presenza al mondo del sottoscritto. Che di errore si fosse trattato non mancava mai di sottolinearlo Mr Silent, mio padre, le volte che veloce e furtivo gli sottraevo il telecomando durante le puntate dell’ispettore Derrik.
Ma non fosse per quel benefico errore, ora non sarei qui e voi stareste a fissare lo schermo del vostro PC senza alcun motivo …e magari sentendovi pure un poco pirla.

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