CHE COINCIDENZA!! neppure io credo nelle coincidenze…

Le coincidenze, se esistono, mi hanno sempre incuriosito.
Anni fa, ad un corso di teatro, ma poteva succedere anche in un dopolavoro ferroviario, con il maestro avevamo intavolato ore di discussioni in materia. Lui era un appassionato.
Asseriva con forza che nulla succede per caso e tutto avviene per l’esigenza, di chi non mi è del tutto chiaro, di consegnarci ad una vita più “piena”.
Quindi, la coincidenza come il crick che serve a sollevarci per sostituire la vita con una della nostra misura, una porta che si apre permettendoci di entrare in stanze della nostra abitazione delle quali non conoscevamo l’esistenza, e dove, pigiandone l’interruttore, una nuova vita potrebbe uscirne illuminata. In sunto, la coincidenza come un sarto, abile a creare abiti per poter vestire le nostre più profonde aspirazioni.

Fino a quegli anni, la mia vita non era mai stata colpita da questi eventi, ma da lì in poi, come un’animale che esce dal letargo per non rientrarvi più, queste casualità aveva iniziato a sfrigolarmi addosso.
Anche se la mia testa è talmente distratta che qualcuno potrebbe aprirne una sala bingo a mia insaputa, non potevo non notarle.
Pensando alla straordinarietà delle coincidenze con le quali mi sono strusciato da quel periodo in poi, in quella famosa stanza credo di averci messo piede più volte, probabilmente pigiandone l’interruttore, ma credo che una lampadina ad alto voltaggio mi abbia solo abbagliato e compromesso la visione.
In seguito a queste, la mia vita ha spesso curvato, senza mai  effettuare la versione a U che mi sarei augurato. Insomma, parte delle coincidenze accadutemi risultavano ottime per intavolare discussioni ed aneddoti al bar, ma di rado riuscivo a coglierne insegnamenti per raddrizzare questo mio incedere a zig-zag.

Qualche settimana fa, una coincidenza vissuta all’aeroporto di Venezia, ha risvegliato in me le attenzioni a queste fatalità che come pioggerellina hanno ripreso a ticchettarmi addosso.
Dopo solo un paio di giorni, a Berlino,girando alla cazzo come al solito senza cartina, fermo un ragazzo per un’informazione. A distanza di qualche ora, in un quartiere all’altro cato della città, chiedo informazioni ad altro ragazzo. Beh, nulla di strano!.. non fosse che, in una città di parecchi milioni di abitanti, vado a fermare sempre la stessa persona. (lo sguardo di stupore! ecco finalmente una cosa in comune con i tedeschi). La settimana seguente, poi, per 3 notti di fila, mi capita di svegliarmi di soprassalto con l’orologio che segna sempre le h. 6.21. (creandomi non poco disagio)
Quest’ultima fatalità, è corsa a ricordarmi un avvenimento di molti anni prima che per certi versi trova delle similitudini, non fosse che per il numero 3. Per 3 anni, infatti, all’età di 14 – 15 – 16 anni, sono sempre caduto con il motorino il 26 dicembre tra le 8.00 e le 9.00 di sera. (serie interrotta, grazie ad un flash la mattina del 26 dicembre del quarto anno, quando ho ritenuto opportuno lasciare il mezzo in garage).
Forse l’insegnamento da trarne era di non utilizzare lo scooter su strade ghiacciate.

Quando succedono cose del genere, e vi assicuro che molte altre ce ne sarebbero, ma talmente elaborate che sarebbero complicate da dettagliare, anche una mente semplice pretende una spiegazione.
Ho provato ad approfondire cercando nei libri qualche chiarimento e trovandone sempre la medesima teoria: “la coincidenza è un dono che ci viene fatto per uscire dalla nostra presunzione di poterne prevedere il corso”.

Immagine nulla succede per caso

Alcune casualità hanno effettivamente dirottato la mia vita in ambiti che non mi sarei aspettato, ma per riconoscerlo, ho dovuto rivederla a ritroso per un lungo tempo.
Quella che tirandomi per un’orecchia ha variato la mia traiettoria, è capitata proprio durante il famoso laboratorio teatrale di cui sopra.
Nell’intento di spiegarci la poesia, il maestro, aveva consigliato per chi come me non ne fosse avvezzo, di avvicinarsi a quella comica.
Giorni dopo, cazzeggiando per Venezia, noto il commesso di una libreria esporre in vetrina un libretto di poesie dal titolo curioso: “Non urlare che mi rovini il prezzemolo”. Di getto l’acquisto ed in breve, grazie a gli spunti che ci trovo, decido di crearne qualcosa sulla falsariga. Mi rendo subito conto che con la poesia nn ci azzeccavo ‘na mazza, ma rimaneva il piacere di scrivere delle frasi che qualche flebile sorriso riuscivano a regalare.
Nel corso degli anni alcune avevano trovato alloggio tra le pagine di: “anche le formiche nel loro…..”, una specie di piccola antologia della battuta.

Anni dopo, un amico mi mette al corrente che si stanno preparando dei provini per una nuova trasmissione e non mi molla fino a quando non ha la certezza che vi parteciperò. Con mia grande reticenza vado e solo dopo qualche giorno mi viene comunicato che sono stato selezionato. Per 3 anni avrei trovato spazio nel programma di una piccola televisione. “Caso” vuole, che a visionare i provini, e successivamente ad introdurre il sottoscritto nel cast, fosse proprio l’autore del famoso libretto di poesie che anni prima mi avevano ispirato.

Sono convinto che questi eventi, quando decidono di suonare al nostro campanello, debbano però trovarci in casa. Ho come l’impressione che la coincidenza ci possa dare la spinta, ma dobbiamo essere noi ad inserire la marcia la momento giusto per mettere in moto la nostra vita.
Non mi spiegherei sennò l’insegnamento che NON sono riuscito a trarne in quel treno che da Genova mi portava verso Milano nel dicembre 1996 e che a tutt’oggi risulta la più straordinaria coincidenza che mai mi sia capitata…

ma ora è tardi… abbiate pazienza…..

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ARISTIDE, QUESTA SCONOSCIUTA (‘na volta ero proprio mona!)

Ieri, vagando in bici sull’argine, di ritorno dal sonnellino settimanale dalla strizza e quindi con la mente così aperta da sentirci sfrecciare nel mezzo dei tir, mi era capitato di ascoltare su Radio2 Supermax, un’ intervista a Mimmo Calopresti, valente regista cinematografico e credo pure ex cognato di Carla Bruni. (guai a chi dice che qui non si fa informazione).

MIMMO CALOPRESTI

MIMMO CALOPRESTI

A sentir pronunciare quel nome, un pensiero datato e impastato ad una serie di ricordi, di botto era schizzato in superficie come una palla premuta sott’acqua con le mani e poi lasciata andare.
Il semplice fatto che sto pensiero mi avesse colto così alla sprovvista, faceva ben sperare che quella malattia, evidentemente, con le stesse pattine con le quali era entrata, silenziosa se n’era pure uscita, lasciando la porta accostata.
Di vera malattia si trattava, e rara per di più.
Talmente rara che spesso chi la contrae nemmeno si rende conto di portarla addosso. La si può auto-diagnosticare solo nella fase acuta che la rende più evidente. La stessa fase, che per anni ha ripetutamente travolto il sottoscritto nell’epoca segaiol-adolescenziale, tanto da riportarlo alla fase anale. (presenza di buchi maleodoranti nel ragionamento)
Una malattia senza un nome che per circoscrivere ed alleggerirne la gravità, potremmo chiamare Aristide. (Che ne dite?) Da preferire a quelle con una fonetica tale da darti da subito il colpo di grazia. Prendi tumore (in un qualche dialetto veneto significa tu muori). Per forza risulta letale! Un nome così tramortisce, non dà speranza. A chi verrebbe in mente di sfidarla una malattia genere. Si chiamasse Venticello o Agnese, uno direbbe: “vabbè, dai che ci proviamo!”.
(Cazzo sono peggio del Dr. Divago!)
In sunto, venivo contagiato da Aristide quando mi capitava di leggere un libro, guardare un film, seguire una telecronaca di calcio alla tivvù. Mi sorprendevo ad innamorarmi artisticamente, provando un desiderio irrefrenabile di contattare ste persone che mi avevano così profondamente emozionato. L’intento era semplice. Ringraziarli di qualche quarto d’ora nel quale si erano così prodigati per farmi star bene.
Per un periodo abbastanza lungo, ad esempio, cercai di contattare Bruno Pizzul, famoso telecronista della nazionale e del quale avrei voluto essere addirittura il nipote. Quella voce da nutella in perenne sosta nella gola, partoriva neologismi e riusciva a coccolarmi, scaldandomi come il piumone affettuoso ti avvolge la sera quando rientri in baita dopo una giornata sulle piste da sci.

BRUNO PIZZUL

BRUNO PIZZUL

Poi era stata la volta di Luciano De Crescenzo. In una sua biografia, aveva esternato l’idea di voler raccontare eventi della sua vita a qualche giovane, che paziente desiderava stare lì ad ascoltarlo. Sicuramente era una cazzata, ma il sottoscritto, il giorno seguente e di suo pugno, aveva stilato una lettera indirizzata alla casa editrice Mondadori, nella speranza che gli fosse recapitata.
Sapendo che trascorreva parte delle sue vacanze a Cortina, ed essendo di strada, avevo preparato una piantina dettagliata, nell’intento che potesse raggiungermi al supermercato situato vicino all’autostrada, dove lavoravo, precisando: “reparto latticini”.
Nella fase acuta di cui sopra, immaginavo di vederlo entrare dall’ingresso principale con il suo carrellino della spesa, così per non dare nell’occhio e con nonchalance, buttare sguardi alla ricerca del sottoscritto.

In un’altra occasione, con il peggiorare di Aristide, ospite di un amico compositore, che per l’occasione aveva scritto delle musiche per un nostro spettacolo, avevo deliberatamente scartabellato la sua agenda che inconsapevole occupava l’angolo del tavolo dove stavo consumando la colazione e come fosse la cosa più naturale del mondo, avevo iniziato a trasferire sulla mia rubrica tutti i numeri telefonici di artisti che ritenevo di un certo peso e che apprezzavo. Senso di colpa? Beh..sì… una spruzzatina.

Quei numeri, chiaramente non sono mai stati usati. Ho sempre trovato però rassicurante, sfogliando quella rubrichetta, poterne leggere i nomi: Moni Ovadia, Dario Fo, Stefano Benni, Luca Ronconi, Giorgio Albertazzi, Olec Mincer ed altri, e sapere che in qualunque momento li avrei potuti contattare.

OLEC MINCER

OLEC MINCER

Per tornare a Mimmo Calopresti, invece, nel 1995, avevo incontrato al cinema il suo bellissimo “La Seconda Volta”, con un buon Nanni Moretti protagonista.

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In preda ad un Aristide galoppante in fase acuta, avevo chiesto e sorprendentemente ottenuto dal centralino, il suo numero di telefono che risultava essere a Torino.
Con non poca emozione, un pomeriggio, avevo inserito il dito indice nella ruota trasparente del telefono grigio in plastica che stava nel corridoio di casa, e l’avevo fatta girare.
Una donnina simpatica, dall’altro capo del filo, mi aveva trattenuto in una piacevole chiacchierata ed alla fine, lei stessa, aveva insistito per lasciarmi il numero della casa di Roma, dove il figlio passava parte della settimana.
Ingenuamente qualche giorno dopo chiamai.
Fortunatamente a togliermi dall’imbarazzo, non arrivandoci la mia intelligenza, ci aveva pensato la parte saggia dell’universo, facendo si che dall’altra parte nessuno alzasse la cornetta.
Mi limitai quindi, a buttare lì, sul nastro della segreteria telefonica, una manciata di parole tremanti di emozione e che odoravano di ingenuità.

PADOVA – MILANO ….(un disinvolto viaggetto)

Io amo il treno, ma non sono contraccambiato!
Un paio di gg fa ricevo un invito per uno spettacolo a Milano e mi dico “perchè no?” già, “perchè no??”. A certe domande non so mai cosa rispondere.
Anche se ho un’uveite decido di partire. L’uviete è na’ cazzata si sa. Niente di grave. La usavo a scuola con quei boccaloni dei professori per non essere interrogato e pare sto trucco non passi mai di moda.

padova stazione

Già ci vuole un biglietto!
Cerco su internet un viaggio simil-economico. Tutte le opzioni visibili, sono un invito a correre in banca ad accendere un mutuo. Evito! In sto periodo se ci vado, accendo prima la banca.
34 euri! In culo alle FF.SS.
Penso che il treno stia diventando come una donna che non ti puoi più permettere di portare fuori a cena.
Però sono un montanaro, non mi fido e alla stazione ci vado di persona, che nn si sa mai. Ufficio informazioni. Recito un mantra prima di entrare.
Ho sempre l’idea che mi scappi di menare le mani…ed aver la peggio.
Entro. Nonostante esibisca una fronte “inquietante” che pare di dialogare con Lerch della famiglia Addams, mi accoglie un signore gentile. Come la celata di un’armatura, quella fronte che somiglia più alla facciata di un palazzo “al grezzo”, con l’incresparsi delle labbra in un sorriso, si eleva e scopre 2 occhi che guizzano gentili e mi informano che con 15 euri, me la posso cavare. Sto tipo di viaggi, mi dice, non si trovano su internet.
Già, come se una persona, chiamando le pagine gialle per andare a mignotte, trovasse come unica soluzione Arcore, mentre sarebbe sufficiente ‘na capatina in tangenziale. (dove trallaltro le compagnie sono più affidabili!).

Prima di salire mi spalmo di vaselina per poter sgusciare facilmente verso un posto a sedere.
Mi accomodo. In 3 orette voglio rilassarmi e leggere qualche paginetta.
Trovo che il treno con il suo dondolio, sia un ottimo stimolo per raccogliere i pensieri, nn fosse che i miei sono sparpagliati come colpiti da una granata.

Fin dai tempi in cui il mondo del lavoro faceva violenza imponendomi 17enne una sveglia alle 5.45 per trascorrere una giornata che somigliava molto all’inutilità, in una fabbrica, a questo mezzo sono sempre stato legato. Le giornate in quel periodo, come fogli A4, prima del sonno, senza nemmeno rileggere, accartocciavo e gettavo nel cestino e la mia socialità viveva per lo più su quelle legnose poltroncine o incastrato tra le pagine di un libro.

Anche stavolta l’idea è la stessa e sfodero un saggetto che parla di buddismo. Obiettivamente, avrei dovuto iniziare almeno 20 anni prima. Pochi istanti dopo essermi seduto, infatti, percepisco un rombo di testicoli che si stanno scaldando pronti al decollo: alle mie spalle, infatti, 2 ragazze cinesi iniziano un dialogo alla velocità della luce. Dalle loro bocche non escono suoni, ma sciabolate di parole che pare di stare in mezzo ad un duello. Unica nota positiva…non comprendo ‘na sega.

Di fronte a me, la situazione è più grave. Comprendo tutto!. Una ragazza parte con un’interminabile telefonata. Noto che ha le labbra rifatte. Che siano loro causa di tutte le minchiate che spara? Mi assale il solito dubbio di quando c’è la Santanchè in tivvù….cioè, non so…daiii…non può essere tutta farina del suo sacco!! Sono convinto che buona parte della responsabilità sia da assegnare al silicone che ormai, preso il sopravvento, spara miriadi di cazzate a sua insaputa. Cmq, nucleo del discorso, la tipa urlando a squarciagola, intima a qualcuno dall’altro capo del filo, di calmarsi. Come da piccoli, quando rientrando a notte fonda, mio fratello portando l’indice davanti alla bocca faceva il gesto di zittirmi con il solito SSCCHHHHH ad un volume tale, che mamma si svegliava e ci faceva il culo. (robe da meritare la tessera del PD ad honorem). Ma fin qui ancora nulla. Dietro la scassakazzi urlante, altra ragazza cinese che guarda un film al PC…senza cuffiette. Rifletto che, se impugnato bene, il libro di buddismo potrebbe senza fatica aprirle un sette sull’arcata sopraccigliare ed in breve morire dissanguata.

stazione imbuto

In qualche modo, non so come, ci infiliamo in un imbuto di plastica che dal microfono chiamano stazione centrale.
Milano pare una città che meriterebbe un paio di giri in lavatrice. I palazzi scuri, alti, uno di fronte all’altro si provocano e sembrano lì sul punto di menarsi.

Ma poi scendo e me ne faccio una ragione. Già, il treno ed i suoi “abitanti”, sono una bella metafora della vita. Il treno come una persona con le sue variabili.

…che se poi fosse una donna, sarei mooolto più preoccupato dei suoi ritardi.

DRESDA….(cazzeggiando per la Prussia)

Le rare volte che viaggio e giungo in una qualche città, mi lascio guidare dagli avvenimenti che mi attraversano la strada. E’ raro che prepari una specie di tabella di viaggio o un semplice programma. Può sembrare la scelta poetica dell’uomo libero, ma nel mio caso, si tratta di semplicemente di cialtronaggine. Nonostante le mie giornate debordino di tempo libero, arrivo sempre un attimo prima della partenza, di qualsiasi partenza, col fiato sul collo. Ed il tutto per la semplice attitudine a procrastinare, “tanto c’è tempo”!
Ripeto, sono un cialtrone! Ma fuori casa, un cialtrone con l’attitudine a pensare, che se cerchi il bello, qualcuno ti aiuta a trovarlo.
Ad esempio, durante il volo per Berlino, Francesca, quella della coincidenza, aveva accennato ad una mostra su Martin Scorsese, che leggendo naturalmente alla cazzo il programma della Berlinale, non avevo notato.
Mi sarei tagliato le unghie degli alluci al buio, se me la fossi persa.
(schiacciare i testicoli nello stipite della porta pareva brutto da scrivere).

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Ma botta di fortuna primaria, avere come organizzatore, il Mauridaberlino.
Con lui, ogni giorno una sorpresa. Pare di stare alle giostre per mano a papà.
la devi assolutamente vedere, domani ti ci porto”, aveva detto.
A poche ore di distanza, e dopo una colazione da denuncia, stavamo già volando sull’asfalto, io, Maury, ed Anna, la mainvadente fidanzata, in direzione Dresda!

Di sta città, a parte qualche fumoso ricordo scolastico di distruzione durante la seconda guerra, ricordavo solo un fidanzamento nell’ambito del risiko sessuale 2008/2013 di Maury con una costumista del teatro nazionale. Pochino per accedere ad un qualche concorso in Italia, ma sufficiente per diventarne ministro della cultura.

Arrivati e prima tappa decisa dalla Polacca. Un museo? Un teatro? Qualche palazzo del vecchio regime?? NO! Una latteria.
(chissà perchè mi viene in mente Carmen Russo..boh!)

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Effettivamente, Dresda annovera tra le maggiori attrattive la più famosa latteria del mondo, ci arrivano da tutte le parti della Gemania….ma anche da fuori a quanto pare..
(e non posso dire nulla. In Italia c’è ancora qualche coglione che va in gita a Cogne).

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Prima che mi venga il latte alle ginocchia (palle pareva brutto) ripartiamo in direzione centro storico che, piccolo sputo di cultura, dopo il bombardamento del febbraio ’45 da parte degli inglesi, è stato possibile ricostruire come in origine, grazie ai dipinti di Bernardo Bellotto, nipote del Canaletto. (tanto per non essere ricordati soltanto per il Clown)

Costeggiando il fiume Elba, arriviamo in vista a quella che viene chiamata, forse esagerando, la Firenze tedesca. E capisci che siamo popoli che non potranno mai somigliarsi. Da noi l’Elba è un’isola, qui un fiume. Vorrà dire qualcosa. Qui per una tesi copiata i politici si dimettono, da noi per 314 parlamentari vive la convinzione che una ragazza marocchina sia la nipote di un Egiziano.

La città è di una straordinaria bellezza malinconica che pare colla. Sarà per la pioggia che per non disturbare scende sottile o le nuvole talmente basse da rischiare l’inciampo, ma pare di camminare con uno zaino carico degli orrori compiuti, sotto un cielo pesante che fa trascinare i piedi. Dresda pare il bimbo che ha problemi in famiglia ma se ne sta zitto all’ultimo banco.

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Inaspettatamente uno squarcio di luce si apre entrando nella chiesa principale. Le pareti esterne come nei sulla pelle, sono sparpagliate di mattoni neri a farne da promemoria, raccattati con pazienza dopo i bombardamenti.

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Naturalmente è vietato fotografare l’interno, perchè la chiesa si sa, da millenni ci abbaglia, ma il nostro flash non può fare altrettanto con lei…anche se…

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Dentro, una luce inaspettata ci accoglie. Una luce che non fossimo in una chiesa definirei gioiosa, con loggioni e vetrate che pare di stare in un teatro di varietà. Vedessi entrare delle ballerine scosciate a cavallo me ne farei una ragione. Un’architettura di colori quasi esagerati che quasi distrae dal luogo di culto.
Una chiesa dove potrei confessare solo i desideri.

Ultima tappa prima del rientro, e qui la polacca guadagna 2 punti. Insiste per visitare un piccolo quartiere quasi neppure segnato nelle cartine. Kunsthofpassage. Dalle illustrazioni sembra una minchiata, ma giungendo sul posto, ci si apre una favolosa serie di istallazioni a cielo aperto ad opera di giovani artisti.

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Un quartiere da fare invidia alla fantasia della Kreuzberg che amo e dove, come in un gioco di rimpiattino, avevamo fatto tana ai sorrisi inseguiti fin dal mattino.

KREUZBERG….(cazzeggiando per la Prussia)

Ormai si sa, io amo una città, Berlino. Di quella città amo particolarmente un quartiere, Kreuzberg. Lo trovo magico. Inebriante di immagini.

KREUZBERG A COLORI

Non so esattamente perchè, ma fin dalla prima volta che il Mauridaberlino mi ci ha portato, 5 anni fa, è scattata una scintilla divampata in pensiero fisso, tutte le volte che a seguire ci sono ritornato.
Da quel primo rientro in Italia, mi ero tuffato a peso morto su tutto quello che me lo ricordava, articoli, riviste, immagini. Ero riuscito perfino a scovare un libro, un romanzo intitolato “I Berlinesi” di tal Sven Regener, rock star tedesca, storia (guardacaso) di una rock band ed ambientato nella Kreuzberg anni ’80. Dopo una settantina di pagine però avevo mollato. I fiumi di parole, venivano costantemente sovrastati da quelli del vomito che a poco a poco avevano finito per impiastricciarmi i pensieri e, cosa rara, abituato ad immolarmi fino a lettura ultimata, avevo ceduto. Mi ero reso conto di una cosa. Non erano i dati, le parole che leggevo, le immagini che trovavo su qualche rivista ad alimentare il sentimento per quel posto, ma semplicemente il puro ed essenziale piacere di solcare alla cazzo, senza lo straccio di una cartina, quei marciapiedi, quei viottoli, dove spesso le insegne dei negozi erano illustrazioni impresse sui muri.

negozio scarpe

Mi addentravo in piccoli pertugi dai quali, senza regola, venivo attratto. A seguirli si tramutavano, dapprima in violazione di domicilio, ma subito dopo in vere e proprie opere d’arte. Quadrati interni che regalavano immagini con colori sempre pronti a sfidare il grigiocostante lassù.

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Riprendevo poi ad inseguire la punta delle mie scarpe su quelle strade che in anni passati avevano ospitato l’emigrazione turca e col tempo diventavano zona di artisti e studenti universitari.

Per il conforto di poter ordinare “il solito”, da buon montanaro, bivaccavo in un locale, sempre lo stesso. Un bar strutturato come un salotto anni 80 con poltrone, divani e dove a fianco al bancone c’era una libreria ed era possibile, sorseggiando il solito the bio al Ginger, sbirciare cataloghi di cinematografia o di arte contemporanea.
(non è intellettualismo, ma di tedesco non so na sega)
Maury mi ha sempre preso un po’ per il culo. In effetti, a Berlino,cose da vedere ce ne sono un’infinità, ma ho sempre trovato corroborante trascorrere pomeriggi interi lì. (in una vita precedente devo averci vinto un gratta e vinci..boh!).

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Posso immaginare che sia un po’ come quando ci si innamora: donne ce ne sono a milioni, ma almeno per qualche mese, ci si accanisce incomprensibilmente su di una soltanto.
Sarà che forse esiste l’amore a prima vista anche per i luoghi. Non so! Confesso di non essere convinto esista neppure per le persone, anche se in cuor mio un po’ ci spero. Il colpo di fulmine è comodo, il colpo di fulmine fa tutto lui, il colpo di fulmine ti evita le code.

In questi giorni dopo essere rientrato nella mia casetta sull’argine, beh, i pensiero è corso spesso a quel quartiere. Come quando da adolescente, di rientro dalle vacanze estive e dopo aver limonato con qualche ragazza tedesca, (che venisse da lì è un caso) iniziavo a sentirne lo struggimento. Uno struggimento unito ad un trasporto, che ha però acceso una lampadina rossa, un senso di “già vissuto”. Come un copione che andava a ripetersi. Ho iniziato a chiedermi se gli innamoramenti vissuti lontano da casa, o con persone lontane, potessero essere annoverati sotto la parola amore o fossero semplici infatuazioni, abbagli, colpi di sole nutriti dalla lontananza, che poi morivano durante sonno. Mi chiedevo se hanno lo stesso valore di quello quotidiano, quello vissuto sotto casa, con quella della porta accanto. (nn vi consiglio la mia)
L’amore a distanza, forse, permette di amare senza amare per davvero, senza responsabilità. L’amore a distanza, è la good company del sentimento, dove se ne trae solo gli utili, evitando così quello che spetta alla bad-company, la quotidianità, i pranzi la domenica con i suoceri, il Natale con i parenti, il sesso di sabato sera, meglio se dopo aver ecceduto con le birre..insomma, la rottura di coglioni.

Risposte precise ancora non ne ho, ma per ora, la testa, credo proprio di averla un po’ persa.

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