ARISTIDE, QUESTA SCONOSCIUTA (‘na volta ero proprio mona!)

Ieri, vagando in bici sull’argine, di ritorno dal sonnellino settimanale dalla strizza e quindi con la mente così aperta da sentirci sfrecciare nel mezzo dei tir, mi era capitato di ascoltare su Radio2 Supermax, un’ intervista a Mimmo Calopresti, valente regista cinematografico e credo pure ex cognato di Carla Bruni. (guai a chi dice che qui non si fa informazione).

MIMMO CALOPRESTI

MIMMO CALOPRESTI

A sentir pronunciare quel nome, un pensiero datato e impastato ad una serie di ricordi, di botto era schizzato in superficie come una palla premuta sott’acqua con le mani e poi lasciata andare.
Il semplice fatto che sto pensiero mi avesse colto così alla sprovvista, faceva ben sperare che quella malattia, evidentemente, con le stesse pattine con le quali era entrata, silenziosa se n’era pure uscita, lasciando la porta accostata.
Di vera malattia si trattava, e rara per di più.
Talmente rara che spesso chi la contrae nemmeno si rende conto di portarla addosso. La si può auto-diagnosticare solo nella fase acuta che la rende più evidente. La stessa fase, che per anni ha ripetutamente travolto il sottoscritto nell’epoca segaiol-adolescenziale, tanto da riportarlo alla fase anale. (presenza di buchi maleodoranti nel ragionamento)
Una malattia senza un nome che per circoscrivere ed alleggerirne la gravità, potremmo chiamare Aristide. (Che ne dite?) Da preferire a quelle con una fonetica tale da darti da subito il colpo di grazia. Prendi tumore (in un qualche dialetto veneto significa tu muori). Per forza risulta letale! Un nome così tramortisce, non dà speranza. A chi verrebbe in mente di sfidarla una malattia genere. Si chiamasse Venticello o Agnese, uno direbbe: “vabbè, dai che ci proviamo!”.
(Cazzo sono peggio del Dr. Divago!)
In sunto, venivo contagiato da Aristide quando mi capitava di leggere un libro, guardare un film, seguire una telecronaca di calcio alla tivvù. Mi sorprendevo ad innamorarmi artisticamente, provando un desiderio irrefrenabile di contattare ste persone che mi avevano così profondamente emozionato. L’intento era semplice. Ringraziarli di qualche quarto d’ora nel quale si erano così prodigati per farmi star bene.
Per un periodo abbastanza lungo, ad esempio, cercai di contattare Bruno Pizzul, famoso telecronista della nazionale e del quale avrei voluto essere addirittura il nipote. Quella voce da nutella in perenne sosta nella gola, partoriva neologismi e riusciva a coccolarmi, scaldandomi come il piumone affettuoso ti avvolge la sera quando rientri in baita dopo una giornata sulle piste da sci.

BRUNO PIZZUL

BRUNO PIZZUL

Poi era stata la volta di Luciano De Crescenzo. In una sua biografia, aveva esternato l’idea di voler raccontare eventi della sua vita a qualche giovane, che paziente desiderava stare lì ad ascoltarlo. Sicuramente era una cazzata, ma il sottoscritto, il giorno seguente e di suo pugno, aveva stilato una lettera indirizzata alla casa editrice Mondadori, nella speranza che gli fosse recapitata.
Sapendo che trascorreva parte delle sue vacanze a Cortina, ed essendo di strada, avevo preparato una piantina dettagliata, nell’intento che potesse raggiungermi al supermercato situato vicino all’autostrada, dove lavoravo, precisando: “reparto latticini”.
Nella fase acuta di cui sopra, immaginavo di vederlo entrare dall’ingresso principale con il suo carrellino della spesa, così per non dare nell’occhio e con nonchalance, buttare sguardi alla ricerca del sottoscritto.

In un’altra occasione, con il peggiorare di Aristide, ospite di un amico compositore, che per l’occasione aveva scritto delle musiche per un nostro spettacolo, avevo deliberatamente scartabellato la sua agenda che inconsapevole occupava l’angolo del tavolo dove stavo consumando la colazione e come fosse la cosa più naturale del mondo, avevo iniziato a trasferire sulla mia rubrica tutti i numeri telefonici di artisti che ritenevo di un certo peso e che apprezzavo. Senso di colpa? Beh..sì… una spruzzatina.

Quei numeri, chiaramente non sono mai stati usati. Ho sempre trovato però rassicurante, sfogliando quella rubrichetta, poterne leggere i nomi: Moni Ovadia, Dario Fo, Stefano Benni, Luca Ronconi, Giorgio Albertazzi, Olec Mincer ed altri, e sapere che in qualunque momento li avrei potuti contattare.

OLEC MINCER

OLEC MINCER

Per tornare a Mimmo Calopresti, invece, nel 1995, avevo incontrato al cinema il suo bellissimo “La Seconda Volta”, con un buon Nanni Moretti protagonista.

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In preda ad un Aristide galoppante in fase acuta, avevo chiesto e sorprendentemente ottenuto dal centralino, il suo numero di telefono che risultava essere a Torino.
Con non poca emozione, un pomeriggio, avevo inserito il dito indice nella ruota trasparente del telefono grigio in plastica che stava nel corridoio di casa, e l’avevo fatta girare.
Una donnina simpatica, dall’altro capo del filo, mi aveva trattenuto in una piacevole chiacchierata ed alla fine, lei stessa, aveva insistito per lasciarmi il numero della casa di Roma, dove il figlio passava parte della settimana.
Ingenuamente qualche giorno dopo chiamai.
Fortunatamente a togliermi dall’imbarazzo, non arrivandoci la mia intelligenza, ci aveva pensato la parte saggia dell’universo, facendo si che dall’altra parte nessuno alzasse la cornetta.
Mi limitai quindi, a buttare lì, sul nastro della segreteria telefonica, una manciata di parole tremanti di emozione e che odoravano di ingenuità.

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