LA SINDROME DI STING

 Ho da poco trascorso un’ paffutoweekend (1) ad uno stage di doppiaggio. A condurlo Niseem Onorato, valente artista e voce di Jude Low, attore quest’ultimo, che le vostre fidanzate non possono non conoscere. Secondo statistica, pare infatti, essere tra i più “fantasticati” dalle donne italiane durante i rapporti intimi con il proprio fidanzato…già! proprio con voi!
(ma non voglio guastarvi il fine settimana, anzi per rincuorarvi, vi comunico che il 77% dei sondaggi è errato, probabilmente anche quest’ultimo).
Più ci penso e più trovo affascinante ‘sto lavoro. Quella del doppiatore è un’attività che implica una grande professionalità ed una volta tanto, noi italiani, paese definito sempre più spesso delle banane, annoverando i migliori professionisti a livello mondiale, riusciamo a farla da padrone.

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Cazzuolata di cultura: pare addirittura che a questo, abbia contribuito il regime fascista, vietando al “cinematografo” la presenza di voci straniere. Una predominanza professionale di noi italiani, che pare partita proprio in quegl’anni.
Ora, immagino già il coglione di turno, puntuale, che il prossimo 25 aprile, ricordando questo episodio letto chissà dove e chissà quando, proverà ad inserirlo in quello che sempre più spesso viene catalogato come “ il fascismo buono”. (che se uno mi porta un piatto di merda che sa di lavanda, ci credo pure).
Cmq, a parte questo, come intuirebbe un calderoli qualunque, fondamentale nel doppiaggio è riuscire a sincronizzarsi con la voce dell’attore, ma più ancora, con il suo sguardo.
Il mio personale risultato, vista la proverbiale mancanza di sincronia, che si specchia in varie sfaccettature del mio vivere, non ha dato enormi risultati e difficilmente sarò mai inserito nel grande firmamento del doppiaggio italiano. Questa mia mancanza di sincronia, però, come un laccio emostatico che ben stretto porta in superficie delle vene gonfie, aveva reso visibile l’ennesima mia lacuna che da sempre viaggia sotto pelle e che definirei una vera e propria malattia. Malattia della quale, credo per ripicca nei miei confronti, la medicina mondiale se n’è sempre sbattuta le palle.
La cosiddetta sindrome di Sting.

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Questa, del quale nome me ne prendo personalmente la responsabilità, fa sì che ci si sincronizzi immediatamente sulle emozioni blande, le cazzate, le banalità, bypassando quelle importanti, quelle che danno valore alla nostra vita, ci fanno crescere, sentire vivi, che spesso il presente, ci porge sorprendendoci. Quest’ultime, poi, una volta rinsaviti, cerchiamo di riviverle per gioirne, inseguendole a ritroso con la memoria, ma voltandoci ci accorgiamo che è tardi, tutto è sbiadito, come il sapore di un frutto consumato fuori stagione.

Proprio oggi, ripensando a questo stage, come una rumorosa scoreggia che ti sorprende mentre ti pieghi per allacciarti le scarpe, il ricordo della sindrome, detonato puntuale come le immancabili tette nei servizi di studio aperto, era ricomparso.

La sindrome di Sting, mi si era dipanata e resa limpida come un lago alpino, per la prima volta da adolescente, mentre prestavo la mia opera in una radio privata.
Ogni nuova uscita in 33 giri di Sting, i critici musicali se ne uscivano con lodi sperticate ed ovazioni ed io, appena possibile, correvo curioso ed emozionato ad ascoltarlo. Immancabilmente, però, il dramma! Il disco lo trovavo noioso, poco interessante e mi sgorgava limpido un… “macchèccazzo”…!!
Anno successivo, altro LP di Sting e solita solfa: ‘na cagata!! pessimo!!! e più noioso del precedente!!..però.. e qui c’è il però, immancabilmente, per un qualche casuale motivo, ritrovandomi tra le mani l’LP dell’anno precedente, lo trovavo straordinario!! bellissimo!! Imperdibile.
Ma come cazzo è possibile che l’anno scorso facesse cagare ed ora lo trovo superlativo?? ..boh!! ..e così ogni volta! come se la bellezza riuscissi a viverla solo grazie al ricordo, senza mai riuscire ad imbrigliarla nel presente.

Anche stavolta, faccio un’attività che mi piace, con amici tutti molto motivati, nell’intento di rimanere aggrappato a ‘sto mondo inutile dell’arte, diventato più volatile di una manciata di sabbia sul palmo aperto della mano, e solo ora mi ritrovo a pensare all’importanza di quello che ho costruito, che ho vissuto, come se la mia mente continuasse a soffermarsi sul barattolo in vetro della nutella e non sul contenuto, sull’incarto e non sulla caramella, sulle spine della rosa e mai sui petali o il profumo.

unabbella rottura di coglioni!!!” direbbe la persona volgare che non sono.

Fortuna che la prossima settimana ho appuntamento col meccanico e ne approfitterò per una regolata al sincro…

.(1)sabato, domenica e buona parte del venerdì

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