LA MORTE E’ LETALE PER CHI VIVE

A volte aspetti un sussulto anche minimo che d’ improvviso faccia balenare la possibilità che qualcosa si stia muovendo per il tuo verso aiutandoti a correggere un incedere improvvisato e scostante.
Una chiamata, una lettera, un messaggio.
La speranza che un aiuto inaspettato arrivi a battere una via da poter seguire indolore.

3 giorni fa un messaggio era arrivato. Ma diverso. Stravolgendo questa illogica speranza.
la tac è peggiorata…è la fine!”
Era l’INTIMA.
La tata che tutti dovrebbero avere, per poter dire di avere fatto un’esperienza.
Io, quell’esperienza, l’avevo vissuta fin dalla prima adolescenza, quando dei genitori incoscenti, avevano consegnato me ed i miei fratelli alla sua totale gestione.
Detestando la banalità, anche stavolta, come mesi prima, era stata lapidaria ed allo stesso tempo, nel dramma, spettacolare. Perchè lei è così, diversa. Golosa.
Una Mary Poppins, politicamente scorretta, con noi 3 lì a nuotare nel suo laghetto.
Non so per quale motivo, ma in quegl’anni, forse anche dopo, credo di essere stato il suo prediletto. Infatti, durante i non rari momenti di intimità, mi graziava regalandomi altri tipi di racconti. Era cintura nera di aneddoti sessuali. Me li narrava, con quelli che ai miei occhi adolescenti, parevano estrapolati della serie Urania, con esagerazioni che non sfiguravano con quella che a prima vista era il suo più grande eccesso; un fisico forte da sportiva, ma gravato dalle sua alimentazione smisurata che l’avevano portata a sfiorare un peso a 3 cifre.
I racconti erano esaustivi, analitici. Riusciva a coprire di merda pile di saggi in materia.
Volete mettere i suoi resoconti dettagliati vissuti in prima persona?
Francesco Alberoni, “l’ovvio dei popoli”, poteva davvero saperne più di lei?
La sua era una vera gioia di vivere quel corpo, e raccontando dettagli ed equilibrismi, regalava dati al quindicenne che ero, che venivano riesumati e rielaborati per goderne nelle masturbazioni notturne.
Temi questi, che non avrebbero sfigurato nemmeno come materia di studio alle scuole medie, magari al posto di geometria. (tanto, in vita, a chi cazzo è mai capitato di costruire un quadrato sull’ipotenusa?).

3 gg fa, invece, come un man rovescio che arriva nel buio della tua stanza appena sveglio, il mio umore era finito a terra, vicino alle ciabatte.
Anche stavolta, da primo attore che sa come condurre il suo pubblico all’emozione, con lucida violenza aveva colpito. La stessa con la quale 10 mesi prima mi aveva tramortito. Le erano bastate poche sillabe metalliche ed il mio fiato, decompresso, non era più riuscito a comporre suoni. Le parole vagavano nei polmoni, ma di risalire non c’era verso.
Era il 15 settembre, giorno del compleanno di Jena (5 anni)
(Come regalo, un’autobotte dei pompieri sarebbe stata preferibile).
sono arrivata alla fermata…devo scendere. Voglio vederti… ma fa presto!”
Come Attila e Napoleone, la malattia che aveva scelto il suo corpo per giocare a risiko, aveva un unico obiettivo: guadagnare terreno! Veloce. Come a voler rientrare in tempo per cena.

Anche stavolta con urgenza ero partito.
Le volte che riuscivo a tradurre in significato le telefonate di Mrs Gramelot, (mia mamma) qualche informazione sulla lenta china che aveva preso a scendere l’INTIMA mi giungeva.
Non ci volevo credere. Impossibile!

L’ultima volta, all’ospedale, quando la tendina di tubicini che la coprivano mi facevano intravedere il suo viso, non mancava di sorridere e quel: “non dire che non te la faresti quella!” rivolta alle infermiere, celavano la gravità del suo male.

tac peggiorata…è fa fine!”, invece, aveva aperto le dighe, ed il mattino dopo ero già in viaggio.
Ero arrivato da lei senza dire niente a nessuno trascinandomi dietro un corpo che mutava di peso specifico più mi avvicinavo a lei.
L’avrei riconosciuta? Cosa ci saremmo detti? Mi ero saldato al mio specifico tipo di forza, quello della disperazione.

Arrivato, senza che nessuno ne fosse a conoscenza, mi ero infilato nel garage socchiuso, e già qui, come fosse una caccia al tesoro, si erano palesati i primi indizi: una brillante sedia a rotelle, ed un enorme biscione metallico che come una giostra necessaria, seguiva diligente la curva delle scale per i 2 piani che dividevano il garage dall’appartamento.
La stessa che si vede nelle pubblicità, dove degli anziani, evidentemente drogati, ne fanno uso sorridendo.
Le mie gambe, alle quali avevo dato l’ordine di andare avanti qualsiasi cosa fosse successa, avevano preso a salire, costeggiando lente il biscione metallico.
In prossimità della porta d’ingresso, la mente era dominata da una nuvola ed aveva smesso qualsiasi tipo di pensiero. Non mi riesce difficile poi.
Ero consapevole che lì dentro non c’era più lei, la mia tata.
Le gambe si erano fermate lasciandomi con la sola scelta di girare la chiave, da sempre presente nella toppa.
Il corridoio silenzioso, era azzurrato dalla luce di 2 condizionatori nuovi.
Mi sono diretto verso l’unica stanza chiusa ed ho scostato leggero la porta, con il dubbio di essere entrato nell’appartamento sbagliato. All’interno, infatti, giacevano in un letto matrimoniale una mamma con il suo bambino. Il bambino era senza capelli, anzi no, aveva una piccola coda bionda che partiva dalla base della nuca, magro e rannicchiato tra le braccia della donna. Il rumore della maniglia aveva sorpreso due 2 occhi chiari che avevano preso a squadrarmi incerti. Dopo qualche attimo il bimbo mi aveva riconosciuto e sussurrato il mio nome, poi ero stato io a riconoscere lui. Aveva tentato un sorriso in salita e allungato la mano, facendo dondolare una flebo di plastica attaccata a dei fili che per un po’ sono stati stella cometa.
Nel silenzio ci siamo accarezzati e tenuti per mano.
E col pianto mi sono unito a quel presepe fuori stagione.

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