BUON VIAGGIO….(game over!!)

E alla fine non poteva non finire così.
Come la slavina che quando scivola dalla montagna non interrompe la corsa per risalire da dove è partita, anche lei, l’Intima, la mia ex tata, era arrivata alla fine. Tutto sommato in buona compagnia. Incastrata precisa tra un Abbado ed un Mazzacurati, come a volerseli scegliere bene i compagni di viaggio e, desiderosa di  vivere la morte con creatività, andando a scegliere, dopo un anno e mezzo di malattia che si era nutrita e saziata di lei, la domenica all’ora del pranzo, così, tanto per discostarsi dalla banalità del giorno feriale.
Lei era fatta così.
Quasi a volermi omaggiare di persona, aveva preso ad allontanarsi da tutto non prima che avessi avuto il tempo di raggiungerla giù al paese, per ringraziarla un’ultima volta.
“…
stattardando, …attelefonofadica abbondante“, parole quasi incomprensibili queste di Mrs Gramelot, mia mamma, da settimane a monitorare telefonicamente la situazione. Con l’esperienza di figlio, guadagnata sul campo ad insegnarmi che se le sue parole quasi mai sono chiare da sempre lo sono quegli occhi chiari affondati in un terreno arato sempre più a fondo dall’età, eravamo saliti in auto e partiti.
La situazione era drasticamente cambiata, ma più che la situazione, era cambiata lei. Nel giro di un paio di mesi, si era quasi consumata da non notarne più la forma sotto le lenzuola. Un viso appoggiato al cuscino e niente altro. Il viso da bimbo malaticcio fattosi vecchio, era ricoperto di una ragnatela fitta di pelle che andava a ricordare quello di un padre frettoloso, partito con largo anticipo poco dopo i 40, ed ora vigile dall’interno di una cornice lì, sul comodino. Gli occhi avevano spento il colore e la morte le si era incastrata negli zigomi, diventati affilati come la prua di una nave che, palese, nonostante un’età incongrua per quel tipo di viaggio, era pronta a salpare.

Nell’ultimo incontro di novembre, della malattia non avevamo mai accennato. Era chiaro per entrambi ormai che lei, la malattia, come in un gioco, si era impossessata della palla e non voleva passarla più a nessuno. Di cambiare le regole… neanche parlarne.
Quindi, alla fine, di questo avevo parlato e titubante questo avevo confessato.
“Tengo un blog ed ho voluto scrivere di te”.
Dopo aver finalmente compreso cos’era un blog ma non la sua utilità, che sfugge a molti, si era aperta in un sorriso rigenerando una dose massiccia di quella vitalità, da poterne venderne ai banchi del mercato.
Così, a scatola chiusa, ingnara di quello che avessi scritto, subito le era corsa l’urgenza di puntualizzare, con l’enfasi che la voce ormai non riusciva più a riprodurre, che di nulla si pentiva e che tutto avrebbe rifatto. Un solo, unico rammarico, che ammetto, un po’ mi aveva colto alla sprovvista.
“…questo devi scriverlo… ho scopato poco… avrei voluto farlo di più”.
(che se fosse vero, Rocco Siffredi avrebbe l’esperienza di uno studente del ginnasio)
Non lo nego, avevo sorriso
, ricordando e ricordandole, le narrazioni delle “festicciole” dell’epoca, dettagliatamente riportate all’adolescente che ero, ma soprattutto che lei, al sottoscritto, vittima di un brutto periodo di verginite, incistata peggio di un’unghia incarnita, aveva proposto l’estrazione, accompagnandomi da qualche amica dove, senza troppi indugi, avrei potuto sbrigare la mia prima pratica.
Purtroppo alla fine il tempo non c’è stato e me ne rammarico. E non mi riferisco solo all’incontro con le amiche.
(e già che ci sono ne approfitto per aggiungere al mio palmares del pentimento pure questo).
Infatti, nemmeno quel giorno, l’ultimo, truccata ed imparruccata da non so chi in modo scandaloso da ricordare un’irriconoscibile anziana Drag Queen più che una bella signora di mezza età, con le mani gelide poco sopra il bacino intrecciate precise come un cesto da pic-nic con dentro lei, non me la sono sentita di infilarle a fianco la busta con i miei personalissimi ricordi, consapevole che ora, il tempo per leggere l’avrebbe finalmente trovato. Certo, fosse capitata in mani sbagliate, di sicuro un po’ di scompiglio l’avrebbe portato, rendendo l’esatta cognizione di quale fosse stata la reale trave portante della sua esistenza. E proprio in quel momento, di fronte a quel corpo immobile, per la prima volta, pensando all’intimità che ci aveva sempre tenuti legati e resi forzieri uno dell’altro, una domanda ha preso a bussare, l’ultima, la più semplice, questa.
Se era stata felice. Se quella bulimia di vita che le è vissuta attorno come un hula-hop, quell’aver “scopato poco”, in realtà non nascondesse la richiesta di qualcosa di più semplice ed intimo. Già, una semplice domanda, ma si sa…la semplicità è sempre troppo complicata.

Ed in chiesa poi, dribblando le banalità che il prete elargiva come coriandoli dai carri del carnevale, anche stavolta non riuscivo a connettermi con il dolore, come a non riuscire a condividerlo e continuare a rifiutarlo nei luoghi deputati. Cosa che già mi aveva investito al funerale di Mr Silent, mio padre. Ed a pochi passi da lei, rinchiusa lì dentro, il mio corpo si è staccato completamente lasciandomi la sensazione di essere in coda al supermercato, in preda e vittima di qualcosa che sa di malattia e che assomiglia, credo, alla “ritenzione idrica dell’anima” che tutto trattiene e tutto congela.
Ho ripreso quindi a ricordarla. A vederla prima attrice della sua vita ricca di peripezie, cibo, sport, sesso… e forse solitudine. E con l’autonomia classica del pensiero, sono ritornato a poco prima, con la pioggia battente ad impedirci di camminare dietro il carro funebre, e con Mrs Gramelot al mio fianco, con il suo personalissimo gergo, addolorata alle lacrime, uscirsene con:
eppeccato che non siamo potuti seguire il feltro” (feretro).
e di botto sentire, di nuovo, nitido, il tuono della sua risata..
Diofurbo...bimbo… ma la tua vecchia quando cazzo impara a parlare?”
…e poi unirci nell’ultimo sorriso…
…buon viaggio….

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1 Commento

  1. giuliana

     /  gennaio 25, 2014

    è così, caro “perdente”il dolore,quello vero,greve di perchè e di avrei voluto, ghiaccia l’anima, specie quando si è consapevoli dell’ineluttabilità dei fatti. Nel sogno soltanto ti sentirai libero di rivivere e lasciare libere le lacrime. Senza la desolazione delle cerimonie, della gente intorno. la sola forma di sopravvivenza umana è nella memoria,

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