IN VIAGGIO PER LA “RICCIONE DEL DOLORE”

A me capita così! Ci sono ricorrenze delle quali la mia mente pare non essere in grado di fare cernita. Tra quelle che cadono in questo periodo, stamani, sarà per via del cazzeggio estivo, ne aveva riesumata una tra quelle da stringere lo stomaco, che per anni avevo rimosso.
(Io non sono fatto così, la mia mente purtroppo sì).
Non che ricorrenze positive non ce ne siano, saranno pure capitate, ma da sempre, quelli che poi vado ad inchiodare sul calendario, sono pressoché avvenimenti amari.
Avvenimenti cocciuti e fieri di farsi sfilare il bello alle spalle, fornendogli addirittura le pattine per non doverlo poi notare, come a non volersene accorgere per non farlo svaporare. Il bello come un abito elegante che il nostro physique du role ci fa stonare addosso, vittima dell’arcaico sistema che come il mulinello di un lago ci fa arrivare sempre lì, in famiglia, dove ne è stata forgiata la matrice.
Qualche anno fa, dunque, esattamente in questo periodo, mi ero trovato mio malgrado ad intraprendere una specie di viaggio della speranza. Ecco, premetto che viaggi della speranza, fino a quel momento, si erano sempre perpetrati in direzione di lidi adriatici o villaggi turistici, e quale fosse la speranza lo lascio intuire a voi.
Quella volta invece no.
Mi si era presentata un’incombenza piuttosto particolare: accompagnare un ragazzo in una nota località dove pare ci sia dell’acqua miracolosa e compaiono madonne a sobrie ed ingenue pastorelle.
Scremando tutte le amicizie più vicine, per esclusione, erano arrivati al sottoscritto anche se, a dire il vero, l’avevo incontrato solo un paio di volte .
Visto che l’alternativa era che ci andasse da solo, senza pensarci troppo, aggrappandomi alla mia più grande forza, quella della disperazione, avevo accettato.
Il mio essere non cattolico e profondamente credente solo nell’acqua gassata con l’aggiunta di una scorzetta di limone, non era stato un deterrente.
A scoraggiarmi, piuttosto, la prospettiva, palesatasi solo il giorno della partenza, di dover guidare un condominio con le ruote.
A tranquillizzarmi il fatto che essendo Lourdes una località famosetta, il percorso ben frequentato era pressochè autostradale.
Come era intuibile, il medico del ragazzo aveva raccomandato alla moglie di non farlo mai guidare vista la non remota possibilità che in qualsiasi momento potesse entrare in coma.
(l’ho sempre ritenuto esecrabile in fase di sorpasso).
Se non che

ecco, io non so, ma ogni volta che vengo introdotto in una situazione, una qualsiasi, le tre stronzissime paroline
“se non che” non mancano mai di fare capolino.
Quindi, dicevo, arrivati senza intoppi al confine, l’amico, che fino a quel momento era stato un tranquillo ed equilibrato compagno di viaggio, ci
“comunica” vista la noia della guida in autostrada, che preferirebbe attraversare le alpi dalle parti di Torino.
Gli facciamo notare che guidare una nave da crociera sui tornanti non è cosa agevole, soprattutto per il sottoscritto che ha sempre avuto utilitarie. Problema risolvibile, ci dice,….avrebbe guidato lui!!
Ecco, già ho poca voce in capitolo con me stesso, figuriamoci con un malato terminale, sull’incazzato andante, che non conosco ma sta chiedendo di fumare l’ultima sigaretta.
Quindi, fallito miseramente lo sforzo titanico di farlo ragionare, ci eravamo accordati, raccontandocela, che al condannato non si può non esaudire un ultimo desiderio. Un po’ come nei film, a mo’ di ‘ultima sigaretta, anche se penso, io con le sigarette ho chiuso a 14 anni.
Avevamo quindi deciso, a turno, di fare da navigatori, pronti a scalzarlo dal posto guida, nel caso si fosse accasciato con la testa sul volante, e sperando, nel qual caso, centrasse per lo meno il clacson per dare un ulteriore allarme.
Il nostro autista, devo dirlo, non se l’era cavata affatto male, nonostante il nostro il pensiero fisso che ultima sigaretta, la sua, arrivata ormai fino al filtro, potesse essere, non richiesta, pure la nostra.

Dopo la prima notte passata al clima frizzantino delle alpi, il viaggio era proseguito, grazie a Dio, senza intoppi, anche se a destinazione saremmo arrivati solo la notte successiva, visto che ogni cartello stradale indicante curiose destinazioni turistiche, diventava valida scusa per un cambio di programma.
Il problema successivo, poi, non è più stata la guida del malato, ma la nostra.
Poco avvezzi a condurre loft su ruote e con l’ordine tassativo di non utilizzare autostrade, avevamo preso a percorrere esclusivamente strade comunali, attraversando decine di paesini e con le ruote del transatlantico che a ritmo cadenzato andavano ad incocciare su marciapiedi e rotonde, facendo infuriare ogni 2×3 il nostro capo squadra che di conseguenza si esibiva in acuti alla Montserrat Caballè creando sudori freddi ed una serie di malattie esantematiche nel sottoscritto che all’epoca non se la sentiva di prendere a ceffoni un malato terminale. Non conoscendoci bene, riversava rabbia e dolore, che poco centravano con le nostre reali distrazioni, addosso alla moglie constatando che le lacrime, se si impegnano, possono scendere per giorni e giorni.
Io invece, nel giro di 48 ore, avevo si annoverato nuove malattie esantematiche ma pure tensioni su muscoli che mi appartenevano a mia insaputa.
In quella Lourdes, che più che luogo di culto, sembrava una piccola Riccione del Dolore, con bancarelle ad ogni angolo, santini, madonnette e gadget di ogni tipo, la nostra permanenza è comunque durata poche ore.
Lo so, non avrei dovuto farlo, ma da coerente con la mia incoerenza, avendo la possibilità di immergermi nell’acqua miracolosa, l’ho fatto. Mentre venivo calato da due volontari nella vasca, avvolto di un panno bianco di plastica, mi sono reso conto che nulla avevo da chiedere e nulla ho chiesto.
Le immagini che a getto continuo mi scorrevano davanti, zoppicanti o in carrozzina, lì a scuotermi, erano di violenza tale che neanche sforzandomi percepivo alcun bisogno, cancellandomi di dosso il più piccolo barlume di lamentela.
…non avendo la memoria corta, sarebbe pure un buon insegnamento.

Dopo solo una decina di giorni il ragazzo se n’era andato ed al funerale non ero potuto essere presente, visto che pur di avere compagnia, anche Mr Silent, il mio babbo, quello stesso giorno l’aveva accompagnato.
La moglie, mi aveva fatto sapere che il viaggio gli aveva fatto bene. Il dolore incastrato negli zigomi e la rabbia, sgorgata limpida dagli occhi e che mi ero bevuto durante quei giorni, era svanita, testimoniando che la speranza di un miracolo….è già un miracolo.

 

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6 commenti

  1. Dai, lo vedi che in fondo in fondo sei BUONO? 😀

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  2. the pellons'

     /  giugno 27, 2014

    Sei stato assai coraggioso ad immergerti lí… È un segno di fede, tuo malgrado: almeno di fede nel fatto che non prenderai il colera la difterite e la pecóla.

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