IN VIAGGIO PER LA “RICCIONE DEL DOLORE”

A me capita così! Ci sono ricorrenze delle quali la mia mente pare non essere in grado di fare cernita. Tra quelle che cadono in questo periodo, stamani, sarà per via del cazzeggio estivo, ne aveva riesumata una tra quelle da stringere lo stomaco, che per anni avevo rimosso.
(Io non sono fatto così, la mia mente purtroppo sì).
Non che ricorrenze positive non ce ne siano, saranno pure capitate, ma da sempre, quelli che poi vado ad inchiodare sul calendario, sono pressoché avvenimenti amari.
Avvenimenti cocciuti e fieri di farsi sfilare il bello alle spalle, fornendogli addirittura le pattine per non doverlo poi notare, come a non volersene accorgere per non farlo svaporare. Il bello come un abito elegante che il nostro physique du role ci fa stonare addosso, vittima dell’arcaico sistema che come il mulinello di un lago ci fa arrivare sempre lì, in famiglia, dove ne è stata forgiata la matrice.
Qualche anno fa, dunque, esattamente in questo periodo, mi ero trovato mio malgrado ad intraprendere una specie di viaggio della speranza. Ecco, premetto che viaggi della speranza, fino a quel momento, si erano sempre perpetrati in direzione di lidi adriatici o villaggi turistici, e quale fosse la speranza lo lascio intuire a voi.
Quella volta invece no.
Mi si era presentata un’incombenza piuttosto particolare: accompagnare un ragazzo in una nota località dove pare ci sia dell’acqua miracolosa e compaiono madonne a sobrie ed ingenue pastorelle.
Scremando tutte le amicizie più vicine, per esclusione, erano arrivati al sottoscritto anche se, a dire il vero, l’avevo incontrato solo un paio di volte .
Visto che l’alternativa era che ci andasse da solo, senza pensarci troppo, aggrappandomi alla mia più grande forza, quella della disperazione, avevo accettato.
Il mio essere non cattolico e profondamente credente solo nell’acqua gassata con l’aggiunta di una scorzetta di limone, non era stato un deterrente.
A scoraggiarmi, piuttosto, la prospettiva, palesatasi solo il giorno della partenza, di dover guidare un condominio con le ruote.
A tranquillizzarmi il fatto che essendo Lourdes una località famosetta, il percorso ben frequentato era pressochè autostradale.
Come era intuibile, il medico del ragazzo aveva raccomandato alla moglie di non farlo mai guidare vista la non remota possibilità che in qualsiasi momento potesse entrare in coma.
(l’ho sempre ritenuto esecrabile in fase di sorpasso).
Se non che

ecco, io non so, ma ogni volta che vengo introdotto in una situazione, una qualsiasi, le tre stronzissime paroline
“se non che” non mancano mai di fare capolino.
Quindi, dicevo, arrivati senza intoppi al confine, l’amico, che fino a quel momento era stato un tranquillo ed equilibrato compagno di viaggio, ci
“comunica” vista la noia della guida in autostrada, che preferirebbe attraversare le alpi dalle parti di Torino.
Gli facciamo notare che guidare una nave da crociera sui tornanti non è cosa agevole, soprattutto per il sottoscritto che ha sempre avuto utilitarie. Problema risolvibile, ci dice,….avrebbe guidato lui!!
Ecco, già ho poca voce in capitolo con me stesso, figuriamoci con un malato terminale, sull’incazzato andante, che non conosco ma sta chiedendo di fumare l’ultima sigaretta.
Quindi, fallito miseramente lo sforzo titanico di farlo ragionare, ci eravamo accordati, raccontandocela, che al condannato non si può non esaudire un ultimo desiderio. Un po’ come nei film, a mo’ di ‘ultima sigaretta, anche se penso, io con le sigarette ho chiuso a 14 anni.
Avevamo quindi deciso, a turno, di fare da navigatori, pronti a scalzarlo dal posto guida, nel caso si fosse accasciato con la testa sul volante, e sperando, nel qual caso, centrasse per lo meno il clacson per dare un ulteriore allarme.
Il nostro autista, devo dirlo, non se l’era cavata affatto male, nonostante il nostro il pensiero fisso che ultima sigaretta, la sua, arrivata ormai fino al filtro, potesse essere, non richiesta, pure la nostra.

Dopo la prima notte passata al clima frizzantino delle alpi, il viaggio era proseguito, grazie a Dio, senza intoppi, anche se a destinazione saremmo arrivati solo la notte successiva, visto che ogni cartello stradale indicante curiose destinazioni turistiche, diventava valida scusa per un cambio di programma.
Il problema successivo, poi, non è più stata la guida del malato, ma la nostra.
Poco avvezzi a condurre loft su ruote e con l’ordine tassativo di non utilizzare autostrade, avevamo preso a percorrere esclusivamente strade comunali, attraversando decine di paesini e con le ruote del transatlantico che a ritmo cadenzato andavano ad incocciare su marciapiedi e rotonde, facendo infuriare ogni 2×3 il nostro capo squadra che di conseguenza si esibiva in acuti alla Montserrat Caballè creando sudori freddi ed una serie di malattie esantematiche nel sottoscritto che all’epoca non se la sentiva di prendere a ceffoni un malato terminale. Non conoscendoci bene, riversava rabbia e dolore, che poco centravano con le nostre reali distrazioni, addosso alla moglie constatando che le lacrime, se si impegnano, possono scendere per giorni e giorni.
Io invece, nel giro di 48 ore, avevo si annoverato nuove malattie esantematiche ma pure tensioni su muscoli che mi appartenevano a mia insaputa.
In quella Lourdes, che più che luogo di culto, sembrava una piccola Riccione del Dolore, con bancarelle ad ogni angolo, santini, madonnette e gadget di ogni tipo, la nostra permanenza è comunque durata poche ore.
Lo so, non avrei dovuto farlo, ma da coerente con la mia incoerenza, avendo la possibilità di immergermi nell’acqua miracolosa, l’ho fatto. Mentre venivo calato da due volontari nella vasca, avvolto di un panno bianco di plastica, mi sono reso conto che nulla avevo da chiedere e nulla ho chiesto.
Le immagini che a getto continuo mi scorrevano davanti, zoppicanti o in carrozzina, lì a scuotermi, erano di violenza tale che neanche sforzandomi percepivo alcun bisogno, cancellandomi di dosso il più piccolo barlume di lamentela.
…non avendo la memoria corta, sarebbe pure un buon insegnamento.

Dopo solo una decina di giorni il ragazzo se n’era andato ed al funerale non ero potuto essere presente, visto che pur di avere compagnia, anche Mr Silent, il mio babbo, quello stesso giorno l’aveva accompagnato.
La moglie, mi aveva fatto sapere che il viaggio gli aveva fatto bene. Il dolore incastrato negli zigomi e la rabbia, sgorgata limpida dagli occhi e che mi ero bevuto durante quei giorni, era svanita, testimoniando che la speranza di un miracolo….è già un miracolo.

 

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A ME ULISSE MI FA UNA PIPPA

Eravamo rimasti che in abito carnascialesco, scorrazzavo su gondole e palazzi veneziani per allietare dei poco gaudenti signorotti prussiani in gita premio a Venezia.
Venezia è una città bellissima si sa, e l’Italia in genere può vantare i più famosi personaggi della commedia dell’arte con maschera o senza. (purtroppo all’estero, la più rappresentativa rimane sempre quella del tale che alle ultime europee ha preso il 16%).

Dopo due delle tre serate, andate senza particolari intoppi, tutto avrebbe fatto presagire che pure la terza ed ultima, avrebbe contribuito a concludere in gloria questa mia avventura lagunare.
Ogni tanto, non so come mai, ma ho la strana sensazione di poter iniziare un progetto e riuscire a portarlo a termine senza che aleggi l’ala del dramma shakespeariano sopra la mia testa. Una stranezza questa, che va a travalicare gli insegnamenti familiari, portandomi ad uscire dal mio classico personaggio, ben descritto in una raggelante metafora che Gianka dell’edicola mi formulò da sobrio una mattina, “tu parti bene ma non concretizzi… questo è il tuo problema. Un po’ come se con le donne tu riuscissi a sedurle ma non ce la fai a concludere perchè al momento buono la parte finale ti si piega verso il basso”.
(beh…almeno l’esempio non fa una piega. Cmq tranquille… di metafora si tratta!)
Pure in questa situazione, la mia mente, senza chiedere il permesso che naturalmente avrei negato, aveva saltato a piè pari una delle dottrine cardine della mia famiglia. Un insegnamento coniato da Mr Silent, il mio babbo che, con la proverbiale parsimonia alfabetica, l’aveva formulata nel corso di 3 mesi nell’inverno del 1986:…. “l’ottimismo porta sfiga”.
La prima avvisaglia, a farmi percepire quanto le radici familiari siano difficili da estirpare facendomi scendere con i piedi per terra, l’avevo percepita un attimo prima della nostra ultima entrata in scena.
Dunque:
…al termine della serata, in pieno Canal Grande, avevamo issato con 7 enormi palloni scuri gonfiati a elio, un’enorme luna gialla carezzata da un potente fascio luminoso che partiva dal piano superiore del palazzo.

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Al momento della calata dei prussiani dal salone dopo la cena, il mio maestro vestito da Pierrot, sarebbe poi salito su di una scala a considerevole altezza e l’avrebbe calata nella gondola, dopo di che, ci saremmo dileguati nella laguna nel brillare delle onde.
Quindi applausi…
auf wiedersehen…e saremmo rientrati dal retro attraverso le calli.
(una cazzata…ok… ma vi assicuro nell’Alta Sassonia ‘sta roba spacca!)

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Prima avvisaglia:
..nell’attesa degli ospiti, un taxi che giurerei arrivato a tutta manetta ed in impennata, si era bloccato a mezzo millimetro dalla nostra imbarcazione. Vedendomi già immerso nell’acqua della laguna, per istinto avevo strizzato gli occhi ma al momento di riaprirli due le sorprese in contemporanea si erano palesate in una specie di happy hour della sfiga.
Uno: tremante ero miracolosamente rimasto in ginocchio all’interno dell’imbarcazione,
due….Cazzo!! la lente a contatto, l’unica, era sparita, avvalorando la mia personale teoria per la quale andrebbero sempre fissate con puntine da disegno.
Risvegliandomi da quel coma estemporaneo, avevo preso a notare solo sparuti bagliori chiari nell’acqua scura e suoni che schizzavano fuori da un buio tutto mio.

Nessun problema, mi dico, taccio, seguo i colleghi e rientro con loro….se non che, il nostro gondoliere prende per un motivo a me oscuro (ma in quel momento tutto mi era oscuro) una direzione diversa dal solito e ci fa attraccare in un posto sconosciuto. (Per i non vedenti, qualsiasi posto risulta sconosciuto). Vabbè… seguirò le sagome, penso, non ricordando che mio compito era pure quello di riportare indietro gli enormi aerostati i quali, però, una volta staccati dalla gondola, senza pensarci troppo erano partiti a spingere verso l’alto con decisione. Nel tentativo di farmi salire con loro in cielo con discreto anticipo (spero), si erano però incastrati in una calletta ed in un attimo mi ritrovo esausto, solo, semi-cieco e bloccato da 7 enormi palle a grappolo. Naturalmente, avrei potuto tranquillamente proseguire il cammino, se solo ‘ste cazzo di palle si fossero posizionate di loro spontanea volontà in educata fila indiana. Pare non faccia parte della loro tradizione quindi…panico totale!!

Fortuna che poco dopo, attorno alla mezzanotte, come l’arrivo di un Messia, era apparsa alle mie spalle una piccola comitiva di francesi con bambini, avvalorando ai miei occhi l’ipotesi che un giorno pure per i testimoni di Geova qualcuno sarebbe finalmente potuto arrivare. I più estasiati, ma in fondo è il loro mestiere, i bimbi. Ho voluto immaginarne lo stupore, senza riuscirci del tutto. Credo che mai avrebbero pensato di avere la fortuna di incontrare un Arlecchino fuori stagione sebbene male in arnese. Ma alla fine, proprio loro, spontaneamente, si sono presi la briga sbrigliare i fili e di incanalare in ordinata fila gli enormi palloni permettendomi di procedere senza grossi intoppi.
Naturalmente qualcuno è pure esploso, perchè di vera e propria esplosione si trattava. Per effetto lombard quelli che dormivano su reti ortopediche immagino abbiano zompettato più degli altri, ma non è stato richiesto loro alcun supplemento di prezzo.
Alla fine, coadiuvato dagli assistenti bretoni, che non mi hanno mollato un istante, sono rientrato “a palazzo”.

A destinazione, esausto, guardando verso l’alto avevo contato le palle rimaste. Manco farlo a posta, delle sette, cinque erano scoppiate.
Ero rientrato con un
paio di palle...quindi tutto tornava!

 

LA PASTA MADRE È SEMPRE INCINTA!

 

Ora, non è che se non ci si sente per un paio di settimane io mi debba anche scusare, però, vai a sapere perchè, mi verrebbe da farlo.
Devo aver fatto incetta di senso di colpa durante un happy hour, tempo fa.
Beh, magari, grazie a questo siete riusciti a convogliare ‘sti 5 minuti che avanzavano nell’occupazione che più vi aggrada, chessò,…. di riflesso mi viene da pensare che potreste alzare la media delle volte che state chiusi in bagno, in fondo la mia è semplicemente lettura da water e con tavoletta alzata, per non schizzarla dei miei pensieri.
Lo so! Avrei potuto pure evitare di farlo notare, visto che nessuno lo farebbe mai pesare, in fondo, se smetto di scriverla la mia vita, che possa essere il segnale che ho ripreso a viverla?…sarebbe un affare per entrambi!
Fatto sta che, come una pioggerellina con brezza rinfrescante nel deserto del Sahara, un paio di proposte di lavoro erano arrivate.
Nulla di trascendentale, badate bene. Qualche piccola proposta… ma retribuita.
Prima fra tutti, l’invito a ri-salire su di un palco per una serata di cabaret. Insomma… palco sono parole grosse. Dico solo che, ipoteticamente, avessi voluto, ma non ho voluto, avrei tranquillamente potuto ingravidare una delle 2 ragazze della prima fila. Tranquilli, non l’ho fatto… son cose che non faccio da sobrio.
Essendo nato come attore drammatico, non bistratto certo la comicità che è pur sempre una forma d’arte, ma da sempre l’impressione che ne ho percepito è di essere in casa d’altri. Ospite. Per un po’ ci ho pure lavorato, avendo un briciolo di attitudine alla cazzata. Qualche stupidaggine è stata pubblicata, qualcun’altra pure venduta, (motivo sufficiente per credere in Dio) ed in qualche trasmissione TV ci sono pure rimasto incastrato. (tranquilli! solo roba che resterà negli anali), ma ripeto, non l’ho mai vissuto come un abito della mia misura.
Stavolta, invece, senza l’ausilio di droghe che non posso permettermi, anzi forse proprio per quello, ho accettato. Tempo a disposizione ce n’era a sufficienza, mi ero detto, e piuttosto tranquillo ho accettato.
Mia intenzione era riesumare un progettino. Un personaggio molto particolare, lontano dalla realtà, complicato per la costruzione e totalmente inverosimile se rapportato ai giorni nostri. Per intenderci, un po’ come portare in scena un marziano. Non so, avete presente “Spazio 1999” o “Star Trek”? Qualcosa di ancora meno credibile: un leghista intellettuale.
Diciamo che mi sono voluto mettere alla prova senza un preciso scopo, in totale solitudine e su una piattaforma diversa dal solito, avendo sempre prediletto, per la compagnia e tranquillità il lavoro in equipe. Un po’ come se una ragazza mi chiedesse di fare del sesso ed le rispondessi: “o un’orgia o niente..sai…c’è meno responsabilità e puoi scambiare due parole con il vicino”.
Vedete? Non siete le uniche ad essere complicate.
Ma come sempre (mi) succede, il tempo che mi divideva da questa specie di debutto era partito al galoppo, andando velocemente ad assottigliarsi grazie ad una serie di imprevisti.
Partiamo con un virus intestinale di Jena, 6 anni. (con dosi massicce di scagotto). Va da se, che il piccolo mi resta in casa per una settimana. Per rendere nitida l’idea, l’immagine che aiuta la comprensione, è di un gatto attaccato ai testicoli che instancabile gioca a Yo-Yo.
Eravamo però in buona compagnia.
Pidocchi.
Non mi è ancora chiaro come vengano a palesarsi ma faccio notare che quelli di ultima generazione, i 2.0, se riesci a salirci sopra con i piedi puoi utilizzarli come roller blade. Per un po’ ci siamo pure divertiti, almeno fino a quando ho rischiato di spezzarmi il polso DX rischiando di vanificare pure il mio hobby preferito.
Non bastasse ho dovuto accudire….no, non un cucciolo…una torta. Il Dolce di Padre Pio. A me lui piace. Premetto di non essere cattolico ma mi piace. Con persone sanguinanti ho avuto spesso problemi a relazionarmi, lui, invece, l’ho sempre recepito come persona gradevole e tranquilla. Che strana ‘sta cosa no? Aggià..che cretino!..le altre erano donne!
Dicevo, oltre a tutti gli inghippi, ho dovuto pure custodire…un torta. Sono di quelle fatte con la pasta madre e delle quali ignoro altri gradi di parentela. Al termine devi conservarne 3 unità per farla “ripartire” donandola a 3 persone che non possono rifiutarsi di accettare e che a sto punto chiamereitranquillamente Dolce Don Corleone. Fatto sta, bisogna seguire pedissequamente tutta una serie di step giornalieri, un giorno una cosa, un giorno un’altra e con una tal cura che pare di stare con una fidanzata che ancora non ti si è concessa. In fin dei conti, anche per ‘sta torta le attenzioni non durano più di 10 gg. Unico problemino, nel mio girovagare me la sono dovuta scarrozzare e pure al locale del cabaret me la sono dovuta portare per terminare parte dell’impasto.
Non bastasse, altra cosa che ha rallentato la preparazione del mio “straordinario” intervento cabarettistico, l’invito di un’amica attrice a Bologna, l’organizzatrice del Error day, per un progetto del quale non ci ho capito molto, ma ho capito di essere fondamentale anche con gli abiti addosso. Quindi, tra studio e discussioni, qualche altro giorno se n’era partito avvicinandomi al giorno del debutto con un nulla di fatto. Ed il classico principio di agitazione.
Mai che gli impegni si prendano la briga di dilazionarsi di loro spontanea volontà nel corso dell’anno.
Come quando ti fidanzi. Immancabilmente, ti si presentano subito dopo un sacco di nuove possibilità di incontro. Al contrario, invece, quando 6 single hai la certezza che non ti cagherà nessuno per l’eternità. Seguendo questa inoppugnabile logica, ne possiamo dedurre insieme che per trovare la
fidanzata, bisogna essere fidanzati…(??). La teoria è del sottoscritto, anche se poi Mario Monti ha tentato, con logica simile, di sanare il paese.
Per quel che riguarda la mia performance, essendo un testo esordiente davanti ad un pubblico di scalmanati e ad un barista che interagiva con gli attori con incessante lancio di oggetti, tra l’altro la parte più godibile della serata, la quasi sufficienza me la voglio cmq assegnare.
Certo, rispetto le prove che fai nella solitudine della tua cameretta, forse sono stato un po’ “veloce”, un classico, dopo che non si pratica da un tot.
Metafora questa, che può ricordare ambiti intimi tra uomo e donna. Beh, può capitare. Non facciamone però un dramma. L’importante è trovare una soluzione. Una mia personale ce l’ho e pare brutto non mettervene al corrente. Ottimo “ritardante” nei momenti intimi, risulta essere il pensiero alla trattativa stato-mafia e conseguente distruzione delle intercettazioni telefoniche…. o nei casi più gravi, sufficiente visualizzare gli applausi del SAP (sindacato autonomo di polizia) di qualche giorno fa.
Unico neo della serata, una piccola diatriba, accesa
non dal sottoscritto ovviamente, ma da una giovane e promettente cabarettista con mamma gradevole appresso. Quest’ultima, al termine del pezzo della giovane, sentendosi più volte chiamata in causa, aveva asserito di essersi messa una serpe in seno. Io, con il proverbiale senso civico che mi contraddistingue mi ero avvicinato ed offerto di estrarla a mani nude,…. pare che l’invito non sia stato colto di buon grado.
…vabbè….
….a ‘sto punto non mi resta che andare a infornare l’impasto di Padre Pio…..cazzo….ma dov’è??…vuoi che da sabato sia ancora sotto il sedile dell’auto??

 

PERDERE LA DIGNITÀ NON È POI COSÌ GRAVE

 

Voi lo aspettavate e lui, il momento, è arrivato!
Ne avevo accennato un paio di volte negli ultimi post e quindi, anticipando i vostri desideri, magnanimo, ho deciso di svelarvi come sono andate esattamente le cose il giorno in cui sbriciolai la dignità in quel locale Lap Dance del trentino.
Voglio premettere che qualche lustrino è passato. Era ancora il secolo scorso. Più o meno all’epoca in cui quel bontempone di Umberto Bossi apostrofava Berlusconi, un giorno sì e l’altro pure, “mafioso di Arcore”.
Come un avvocato di me stesso, per edulcorare ai vostri occhi la mia posizione, “signori della corte”, vi prego di tenere in considerazione le seguenti attenuanti.
Io, sono un montanaro inside. Dunque ingenuo. Ed un tempo peggio di ora. Questo per dire che non sono abituato alle cose “strane”.
Perfino Lady Marion, mia dirimpettaia, mi ha tacciato di essere un
“oggetto” fuori dal mondo per il grave crimine di esser vissuto fino ad ora, inconsapevole, della presenza di due capisaldi dell’alimentazione mondiale: kepab e mojito. (oltre ad aver dichiarato che lo spritz fa cagare)
Secondo ‘sta sua non opinabile teoria, sono condannabile dal momento che la legge italiana non ammette ignoranza.
Insomma, un caso grave che va a posizionarsi dalle parti di Norimberga.
Ma partiamo!
Un paio di amici del teatro, mi invitano a festeggiare con loro l’addio al celibato di un comune amico. Non accettare pare brutto!
Il sabato seguente, quindi, mi caricano su di un’auto e via… si va in trentino.
Spaghettata e discoteca pare essere la versione ufficiale.
Per un piatto di pasta spostarsi di un centinaio di KM dalla mia città natale pasquale? (visto il periodo)…mah!
A pormi queste domande non ero solo. C’era anche Paolo. Oltre che i più giovani, eravamo anche quelli che, se all’epoca ci avessero invitato ad una gita fuori porta, saremmo stati tutto il tempo sul pianerottolo.
Inconsapevoli come i neonati senza colpe, prendiamo posto sui sedili posteriori.

Le esalazioni di feromoni misto a Kenzo-uomo, che come nebbiolina rendevano difficoltosa la visuale già all’interno dell’auto, dovevano far presagire che qualcosa di terribile sarebbe capitato. Ma come per le grandi catastrofi ambientali, tutto è palese solo dopo aver oltrepassato il famoso punto di non ritorno..
In seconda serata, ci inerpichiamo in collina, una zona isolata e lì c’è la discoteca. La discoteca non era simile alle 2 che ricordavo ed infatti non si chiamava nemmeno discoteca bensì Night Club…boh!
Siamo in regione autonoma e quindi, con i nomi, fanno un po’ quel cazzo che vogliono, penso. E poi quel nome che, vado a memoria, poteva essere sexy-blue o rose(abbiate pazienza, sono pure daltonico).
Entriamo. Con sorpresa, noto che a pascolare, scomposti, davanti al bancone, ci sono solo uomini. Donne, a parte qualche cameriera senza vassoio e con mutandine e reggiseno variopinti, nel locale, nessuna.
Locale che, oltre tutto, pareva in fase di ristrutturazione, visto che rinforzare e sostenere il soffitto, c’era una serie di tubi argento posizionati in parte del perimetro su cubi metallici ricoperti di velluto rosso. Manutenzione straordinaria penso. Infatti trovo imprudente andare a stazionare proprio su quel lato del locale, ma tant’è!

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Capire che la frittata era ormai fatta, è parso manifesto quando una delle cameriere, salendo su un divanetto ed avvicinandosi ad un uomo, aveva divaricato gli arti inferiori ed accostato le mutandine con pizzo a pochi centimetri dal naso del suddetto.
Ho immaginato fosse per l’urgenza di chiedere una valutazione sul detergente intimo appena acquistato.
Immediatamente dopo, il pensiero è andato a Mrs Gramelot, mia mamma.
Credo che sarebbe impazzita se avesse visto la ragazza con le scarpe sul divanetto.
In breve, però, è stato lampante che più che frittata si trattava di purè, visto che addosso al poveretto (?), la servente, aveva iniziato a strofinare a destra, sinistra e poi con lievi rotazioni…la patata.
(e sto arrossendo…voi che siete in malafede non ci credete, ma sto arrossendo!).

Dopo 10 volte, però, capisco subito e quindi, senza troppe spiegazioni, Paolo ed io, come pezzi degli scacchi, abbiamo praticato un veloce arrocco con le poltroncine nell’intento di proteggerci e posizionandoci su un divanetto nella penombra.
Come a scuola quando si teme l’interrogazione e la maestra gira tra i banchi, abbiamo preso a spostare gli sguardi verso luoghi iperscrutabili cercando accuratamente di non incrociare quello delle “maestre”.

Diciamo che, come a scuola, per la prima ora l’abbiamo fatta franca.
Purtroppo, è arrivata la seconda e con lei la nuova professoressa.
Una ragazza minuta dal nome curioso di Pollicina, o questo è quello che ho capito dallo speaker quando, con enfasi, l’ha presentata.
Da subito, però, un brutto presentimento.
Chiaro come la Batida de coco…da Pollicina non volevo essere interrogato!!
Scrutare la porosità della parete e poi fingere di allacciarmi le scarpe, a ben poco è servito. Alzo gli occhi. Troppo tardi! La maestra si avventa sul sottoscritto ed in un attimo mi trovo disteso al centro della pista quasi completamente nudo e ad una velocità da far annichilire Fregoli ed Arturo Brachetti assieme.
Alla fine, unico superstite, un paio di boxer in stoffa con disegnetti gialli.
Voglio puntualizzare che, sebbene di stoffa, e quindi non elasticizzati, non ho mai corso il rischio che le mie pudenda fuoriuscissero, visto che molto premurosamente, Pollicina, come ad usare del silicone contro gli spifferi degli infissi, aveva riempito i miei boxer di densa panna montata…e pure di ottima qualità. (da sempre i latticini del trentino sono di pregio).

Se pensate che l’interrogazione sia stata breve, beh.. vi sbagliate. Diciamo che, cronometrati da Paolo, sono stato alla lavagna per almeno 40 minuti, subendo domande anche sul programma del primo quadrimestre.
I primi 5 minuti sono stati drammatici, come quando la prof. chiede l’argomento a piacere e si va in palla. Quando però sono iniziate le domande secche, e non ne sbagliavo una, mi sono rilassato ed ho preso seriamente a divertirmi.
Nulla di invalicabile, anche voi ce l’avreste fatta.
Quello che veniva chiesto, in sunto, era di inserire tutta una serie di oggettistica e frutta di vario colore e dimensione nei pertugi che preventivamente la Sig.ra Pollicina mi indicava.

Visto gli ammiccamenti, complimenti e le strette di mano di decine e decine di sconosciuti, credo proprio di aver passato l’esame a pieni voti.
Un’evidente cenno d’orgoglio era impossibile non notarlo anche nei visi adoranti dei miei compagni di viaggio.
Solo Paolo non si era avvicinato.
Ma dov’era Paolo?
Dove l’avevo lasciato. Nella penombra del divanetto, rannicchiato come un piumino da mettere in armadio finita la stagione e con lo sguardo catatonico che non mi mollava un attimo.
Mi ero avvicinato e dalla sua bocca queste poche e flebili parole:

“…se il diavolo esiste…abita qui..”

amen!

 

VIETATO A ROMANTICI E PRESUNTE COPPIE FELICI

Innanzitutto, mi corre l’obbligo di informarvi che il post è vivamente sconsigliato a romanticoni, coppie che si ritengono affiatate o persone in over-dose di “esperienze vissute” da settimanale INTIMITÀ. So.. so bene che guardandomi in faccia non lo si direbbe  ma in passato ne ho letti. Eccome se ne ho letti. (e non me ne vergogno, si sarebbe soliti aggiungere…, invece me ne vergogno..eccome!!).

All’epoca, Mrs Gramelot, mi inviava settimanalmente alla Baita, l’edicola del quartiere. Durante il rientro, camminando, non mancavo di leggere avidamente e, cosa peggiore, a credere e quasi immedesimarmi in quelle fanta-minchiate pubblicate su INTIMITÀ, producendo, ne sono sicuro, la tipica faccia imbesuita del fruitore tipico di telenovelas brasiliane. Non bastasse ancora, poi, come un Pollicino de noartri, da quelle pagine cercavo di trarne spunti e buoni propositi del cuore che seminavo sulla via del ritorno, nella speranza di raccoglierli un giorno per trovare indicazione sulla strada del sentimento da percorrere e che immaginavo ormai tracciata e felice.
Ma si sa, le illusioni sono più evanescenti delle mollichine di pane e quindi… eccomi qui, alla mia età, con “nulla da dichiarare”.
Già a quell’epoca, quindi, una scaglia di dignità se n’era andata. Preme però puntualizzare che avevo 15 anni e di sicuro la scure della prescrizione sarà calata. Il restante della dignità, invece, come ho già detto, l’ho accartocciato e buttato nella differenziata di un locale Lap Dance del trentino…e magari una delle prossime volte la racconto pure.

Dunque:
sabato scorso, con T. amico d’infanzia, andiamo ad una festa di compleanno. Vuole che legga qualcosa per la festeggiata ed opto per dei divertenti monologhi di Woody Allen utili a riequilibrare la parola “compleanno”.
In auto, T. mi informa che si è proposto come addetto alla preparazione delle crepes perchè, dice, può restare in cucina senza l’obbligo di fare public relation… sì, ma neppure public erection, penso.
La cosa mi sorprende, perchè
T. da quando lo conosco, è sempre stato un trascinatore di folle con l’hobby della pesca a strascico. Butta nella rete simpatia, savoir faire e più d’una, senza privilegiare un’età, ne è sempre rimasta invischiata.
Chiedo lumi e questo è quello che ne viene fuori: ” più tardi, dopo il lavoro, arriva anche mia morosa”.
“…???…”


Partiamo intavolando una discussione di alto livello e ne esce una teoria ineluttabile che il sottoscritto, come un Socrate al contrario, non sapeva di sapere, arrivando a disquisire sull’incolmabile differenza tra uomo e donna.
Discorsi grossi, quindi.
Parto in rapida statistica mentale e subito mi rincuoro perché è chiaro da subito che ‘sta situazione appartiene al genere maschile e noi due non siamo certi mosche bianche.
Nonostante questo, una tristezza di fondo mi avviluppa.
In sunto, T., lamenta il fatto che andare alla festa con la fidanzata, è come andare alla Bier Fest portandosi da casa la birretta Dreher.
Cristallino! Come dargli torto?
Dopo non molto, arriviamo alla teoria: – da che l’uomo è uomo, alla festa, gode quasi ed esclusivamente per il fatto di avvicinare nuove creature, odorare nuovi profumi, palesemente diversi da quelli incistati sotto le lenzuola del lettone di camera,  compiacendosi nel conoscere e vivere novità seduttive -.
Quando, per ovvi motivi viene a mancare questo, è comprensibile desiderare di rimanere chiusi in cucina a preparare crepes.
In sunto e senza paura di esagerare, arriviamo a dichiarare che l’uomo e donna sono tra loro corpi estranei che devono solo difendersi da loro stessi.
Prendiamo il calcio.
Mogli e fidanzate ora rotoleranno dai tacchi, ma è giusto che qualcuno vi illumini. Io!
L’uomo odia il calcio e lo sport in genere!!
Finge di non poterne fare a meno, ma nella realtà abbisogna di una scusa per rimanere a casa la domenica pomeriggio, mentre lei fa la gimkana tra i parenti.
In un summit mondiale, una geniale equipe di scienziati, deve essere riuscita a far credere alla donna che l’uomo vive di sport e che almeno questo gli doveva essere concesso.
Finalmente chiaro il motivo per cui la donna martorizza l’uomo su tutto, ma sullo sport in TV è costretta a concedergli questa vitale ora d’aria??
Vabbè…lo scotto è che lei, per questo lo tratti da stupidino con le amiche, ma credo ne valga la pena e poi…pure loro tengono un elemento del genere in casa.
Mi viene da pensare che col tempo la situazione sia peggiorata, vista la frequenza di partite infrasettimanali.

Visto che ultimamente mi sto occupando di saggistica, ne approfitto per invadere il campo “sesso di coppia”. Spero mi perdonerete.
Ora, a parte la congruenza del corpo maschile su quello femminile che ammetto, un certo grado di piacere lo da, in caso contrario finirebbe la specie, buona parte del resto è chiaramente artificioso e complesso. Basti pensare all’uomo alle prese con un seno di donna. Lo ammetto, rasentiamo il ridicolo! Cari colleghi, si chiamano capezzoli! Smettiamola di usarli come fossero pulsanti della vecchia radio a transistor nel goffo tentativo di cambiarne frequenza. Se poi tenta di addentarci l’orecchio, non illudiamoci, sta solo tentando di farci mollare la presa.

Ed il sesso orale? Nei suoi confronti l’uomo è l’unico che sa come andrebbe fatto, anche se è chiaro che io, personalmente, mai mi esibirei in dimostrazioni di piazza. (lo stesso vale per la parte avversa, naturalmente)
A parte qualche eccezione che si interrompe bruscamente dopo che il prete dice: “vi dichiaro marito e moglie…” sono rare le donne in grado di espletare  tale “mansione”.
Ora però, a nanna i bambini!!
Ho sul fuoco un’ esperienza personale di qualche lustro fa ma utile ad avvalorare ‘sto stato di incoerenza.
Ai tempi delle guerre puniche, una ragazza con la quale stavo intrattenendo una relazione seria, (infatti all’epoca avevo smesso completamente di ridere) dopo un cinema deludente, si era proposta di alleviare lo sconforto proponendo del sesso orale a mio vantaggio.
Sono bene educato e quindi accetto.
Il problema, però, si palesa nell’immediato. Per un motivo sconosciuto, la suddetta, si mette ad improvvisare ed inizia a mie spese, con gli incisivi, una lenta circoncisione, comportandomi fitte di dolore fisico.
Un po’ per carattere, un po’ per non offendere la partner, ma soprattutto per anestetizzare la situazione, mi celo dietro ad una dissociazione
psico-fisica, pratica imparata negli anni di lavoro alla pressa in una fabbrica del Cadore. Arrivo quindi ad alienarmi completamente.
Dopo qualche minuto, però, completamente dimentico di quello che stavo subendo e quindi del tutto disinteressato alla signorina inginocchiata, senza chiedere il permesso al cervello, mi sento chiederle:
-Amore, ti sei più ricordata di spedire i punti degli yogurt Danone Vitasnella per la raccolta delle coppette? …in settimana scade il concorso-.
Beh… Non è stato un momento esaltante. Ho scongiurato l’evirazione che, tra parentesi era già a buon punto, accasciandomi a terra e fingendo un malore.

Alla luce di questo, con T., prima di scendere dall’auto, non abbiamo potuto non concordare su quello che dichiarò quel genio totale ed indimenticato di Massimo Troisi:
“uomini e donne non dovrebbero stare insieme…
so’ttroppo diversi!!”

(ps. per una Rossa Moretti sono disposto a ritrattare tutto)

BUON VIAGGIO….(game over!!)

E alla fine non poteva non finire così.
Come la slavina che quando scivola dalla montagna non interrompe la corsa per risalire da dove è partita, anche lei, l’Intima, la mia ex tata, era arrivata alla fine. Tutto sommato in buona compagnia. Incastrata precisa tra un Abbado ed un Mazzacurati, come a volerseli scegliere bene i compagni di viaggio e, desiderosa di  vivere la morte con creatività, andando a scegliere, dopo un anno e mezzo di malattia che si era nutrita e saziata di lei, la domenica all’ora del pranzo, così, tanto per discostarsi dalla banalità del giorno feriale.
Lei era fatta così.
Quasi a volermi omaggiare di persona, aveva preso ad allontanarsi da tutto non prima che avessi avuto il tempo di raggiungerla giù al paese, per ringraziarla un’ultima volta.
“…
stattardando, …attelefonofadica abbondante“, parole quasi incomprensibili queste di Mrs Gramelot, mia mamma, da settimane a monitorare telefonicamente la situazione. Con l’esperienza di figlio, guadagnata sul campo ad insegnarmi che se le sue parole quasi mai sono chiare da sempre lo sono quegli occhi chiari affondati in un terreno arato sempre più a fondo dall’età, eravamo saliti in auto e partiti.
La situazione era drasticamente cambiata, ma più che la situazione, era cambiata lei. Nel giro di un paio di mesi, si era quasi consumata da non notarne più la forma sotto le lenzuola. Un viso appoggiato al cuscino e niente altro. Il viso da bimbo malaticcio fattosi vecchio, era ricoperto di una ragnatela fitta di pelle che andava a ricordare quello di un padre frettoloso, partito con largo anticipo poco dopo i 40, ed ora vigile dall’interno di una cornice lì, sul comodino. Gli occhi avevano spento il colore e la morte le si era incastrata negli zigomi, diventati affilati come la prua di una nave che, palese, nonostante un’età incongrua per quel tipo di viaggio, era pronta a salpare.

Nell’ultimo incontro di novembre, della malattia non avevamo mai accennato. Era chiaro per entrambi ormai che lei, la malattia, come in un gioco, si era impossessata della palla e non voleva passarla più a nessuno. Di cambiare le regole… neanche parlarne.
Quindi, alla fine, di questo avevo parlato e titubante questo avevo confessato.
“Tengo un blog ed ho voluto scrivere di te”.
Dopo aver finalmente compreso cos’era un blog ma non la sua utilità, che sfugge a molti, si era aperta in un sorriso rigenerando una dose massiccia di quella vitalità, da poterne venderne ai banchi del mercato.
Così, a scatola chiusa, ingnara di quello che avessi scritto, subito le era corsa l’urgenza di puntualizzare, con l’enfasi che la voce ormai non riusciva più a riprodurre, che di nulla si pentiva e che tutto avrebbe rifatto. Un solo, unico rammarico, che ammetto, un po’ mi aveva colto alla sprovvista.
“…questo devi scriverlo… ho scopato poco… avrei voluto farlo di più”.
(che se fosse vero, Rocco Siffredi avrebbe l’esperienza di uno studente del ginnasio)
Non lo nego, avevo sorriso
, ricordando e ricordandole, le narrazioni delle “festicciole” dell’epoca, dettagliatamente riportate all’adolescente che ero, ma soprattutto che lei, al sottoscritto, vittima di un brutto periodo di verginite, incistata peggio di un’unghia incarnita, aveva proposto l’estrazione, accompagnandomi da qualche amica dove, senza troppi indugi, avrei potuto sbrigare la mia prima pratica.
Purtroppo alla fine il tempo non c’è stato e me ne rammarico. E non mi riferisco solo all’incontro con le amiche.
(e già che ci sono ne approfitto per aggiungere al mio palmares del pentimento pure questo).
Infatti, nemmeno quel giorno, l’ultimo, truccata ed imparruccata da non so chi in modo scandaloso da ricordare un’irriconoscibile anziana Drag Queen più che una bella signora di mezza età, con le mani gelide poco sopra il bacino intrecciate precise come un cesto da pic-nic con dentro lei, non me la sono sentita di infilarle a fianco la busta con i miei personalissimi ricordi, consapevole che ora, il tempo per leggere l’avrebbe finalmente trovato. Certo, fosse capitata in mani sbagliate, di sicuro un po’ di scompiglio l’avrebbe portato, rendendo l’esatta cognizione di quale fosse stata la reale trave portante della sua esistenza. E proprio in quel momento, di fronte a quel corpo immobile, per la prima volta, pensando all’intimità che ci aveva sempre tenuti legati e resi forzieri uno dell’altro, una domanda ha preso a bussare, l’ultima, la più semplice, questa.
Se era stata felice. Se quella bulimia di vita che le è vissuta attorno come un hula-hop, quell’aver “scopato poco”, in realtà non nascondesse la richiesta di qualcosa di più semplice ed intimo. Già, una semplice domanda, ma si sa…la semplicità è sempre troppo complicata.

Ed in chiesa poi, dribblando le banalità che il prete elargiva come coriandoli dai carri del carnevale, anche stavolta non riuscivo a connettermi con il dolore, come a non riuscire a condividerlo e continuare a rifiutarlo nei luoghi deputati. Cosa che già mi aveva investito al funerale di Mr Silent, mio padre. Ed a pochi passi da lei, rinchiusa lì dentro, il mio corpo si è staccato completamente lasciandomi la sensazione di essere in coda al supermercato, in preda e vittima di qualcosa che sa di malattia e che assomiglia, credo, alla “ritenzione idrica dell’anima” che tutto trattiene e tutto congela.
Ho ripreso quindi a ricordarla. A vederla prima attrice della sua vita ricca di peripezie, cibo, sport, sesso… e forse solitudine. E con l’autonomia classica del pensiero, sono ritornato a poco prima, con la pioggia battente ad impedirci di camminare dietro il carro funebre, e con Mrs Gramelot al mio fianco, con il suo personalissimo gergo, addolorata alle lacrime, uscirsene con:
eppeccato che non siamo potuti seguire il feltro” (feretro).
e di botto sentire, di nuovo, nitido, il tuono della sua risata..
Diofurbo...bimbo… ma la tua vecchia quando cazzo impara a parlare?”
…e poi unirci nell’ultimo sorriso…
…buon viaggio….

DOVE ERAVAMO RIMASTI??

Dove eravamo rimasti??
Già…a me che abbassavo il coperchio del portatile ad inizio dicembre, per intraprendere per il terzo anno consecutivo questo gaudente lavoretto ai banchetti natalizi.
È vero, non ci siamo sentiti da un po’.
Diciamo che questo mio togliermi dalle palle potrebbe essere inteso come il vero regalo natalizio da parte del sottoscritto….questo potevo permettermi e questo mi sono permesso.
Pongo quindi uno stop a questa mia latitanza natalizia in compagnia di banchetti e marziani che ad onor del vero, non sono mancati neppure quest’anno. Da classico e placido Natale che si rispetti, come un buon film da domenica pomeriggio in famiglia, non è mancata neppure la coccolante colonna sonora ad avvolgerlo. Non mi riferisco certo al lamento costante di altoparlanti gracchianti che come orgasmi di gente attempata inquinavano le vie del centro, ma ad amene entità, sbucate da chissà dove, imitanti sembianze umane.
Lui non ha eluso la sua presenza neppure quest’anno. Sarebbe stato difficile non notarlo, il cugino meno noto di Frank Zappa, conosciuto dai “non molti” come Franco Badile. Chitarra tricorde, una meno del dicembre scorso (le altre usate come filo interdentale) suonata con ritmo cadenzato e costante, come si usa fare in Brianza durante gli sculaccia-party con minorenni e non.

FRANCO BADILE

FRANCO BADILE…parente di FRANK ZAPPA

Naturalmente non potevano mancare le new entry. Nella fattispecie due.
Il primo, batterista non male per la verità, a spaziare dal rock anni ’70 al liscio romagnolo dei Casadei, limitandosi, con una certa valenza, a dare una spintarella ai batteristi originali. Nonostante il divieto di rumoreggiare, quest’anno i vigili sono stati inflessibili ed il loro costante ammonimento, ha sempre, dico sempre continuato imperterrito come in missione per conto di nostro Signore. Un soprannome un programma: Franz di “Coccio”, riservista, pare, della grande PFM.

FRANZ DI COCCIO

FRANZ DI COCCIO

Ultime in ordine di apparizione, in tutti i sensi, vista l’età, una famigliola americana con babbo kilometrico e stuolo di bimbe, ben nove e dalle voci angeliche che facilmente verrebbe da immaginare in primavera su dondolanti altalene fatte da abili amanuensi nel Connecticut ed in tournée qui, in Europa, con le loro 5 canzoni natalizie. Un po’ pochine, è vero, ma cantate da sciogliere il calcare dei rubinetti.
Premetto che il mio inglese da spiaggia spesso non è affidabile, ma il loro intento, secondo le 2 le opzioni che mi è parso intuire intavolando un discorso con il capo famiglia, erano:
1) raccogliere fondi per arrivare fino in Russia ed allietare con la loro musica gli ospiti degli orfanotrofi di quelle zone. Lodevole!
2) aprire una sala da gioco a Mosca impiegando le bimbe sui pattini nella consegna di Martini dry e nel fine serata, utilizzarle come mini ballerine di lap dance. Lodevole!
L’inglese si è sempre prestato a più interpretazioni.

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Ora non è che in un blog si debba sempre scrivere post densi di significato e nessuno pretende che lo siano, ma rileggendo quello scritto fin qui, sono stato preso da un odore che piano piano si è fatto sempre più intenso e che ha preso a salire su su fin quasi ad ottundere il cervello. Quando non ne capisci il motivo devi attendere, aspettare che la sabbia mossa dal fondo torni al suo posto, anche se più spesso la consapevolezza è un calcio in culo che ti arriva all’improvviso…e quindi, pensare che le poche righe scritte fin qui erano servite a coprirne il fetore come i profumi per gli antichi romani, è stato un attimo.
Perciò, se è vero, come è vero, che un anno è passato, è palese che l’odore da coprire, pure stavolta, sono stati i buoni propositi, gli obiettivi, che neppure per questo 2013 sono stati posti e di conseguenza non mantenuti. Verrebbe quasi da dire dimenticati…già! …come fosse possibile dimenticarsi di pisciare. Sempre forti di quella teoria secondo la quale se non scendi in campo la partita non la perdi.
Insomma, un altro anno gonfiato come l’albume sbattuto, che di sola aria si arricchisce.
Che poi, gli obiettivi, se non stanno, come dovrebbero stare, davanti a noi, come gli anni passati vanno a posizionarsi dietro, ti stanno incollati alle caviglie e come insistenti rappresentanti Herbalife non ti mollano un’istante, sempre pronti a colpirti nei punti deboli. Chi meglio di loro conosce i tuoi punti deboli?? ..semplice!.. i tuoi punti deboli stessi. (mi sa che neanche Umberto Eco…). E ti ritrovi a vivere di malsana immobilità. E credetemi, mai e poi mai lo confesserei, ma quest’immobilità rimane a tutt’oggi nella top ten dei rari stimoli al pianto che al sottoscritto rimangono, anche se loro, le lacrime, non amando stare al centro dell’attenzione, è all’interno che scivolano, mica fuori. E non ci sarebbe nulla da eccepire se queste troie in forma liquida, non andassero a solidificare creando robuste pareti rocciose e difficili da scalare, proprio qui, al centro del petto.
Già…..a volte verrebbe quasi da chiedere aiuto al buon Dio… che vi assicuro, esistesse, lo farei volentieri.
Ma lo so, divago e mi intristisco..dai….. parliamo un po’ di voi ora…

MI SOMIGLIA... SOLE E PIOGGIA

MI SOMIGLIA..SOLE&PIOGGIA

LI SENTO…. STANNO ARRIVANDO…(e con loro il Natale)

Eccoli! Stanno arrivando! Li sento!
Ne riconosco il sibilo leggero. Guardo verso il cielo ma non vedo niente.
Però so ci sono!
Ne ho la certezza!
In questo periodo, non deludono mai le attese,
loro.
Con astronavi colore del cielo si esibiscono sfrecciando concentrici e silenziosi sopra le nostre teste. Utilizzano sistemi radar che non vi potete nemmeno immaginare e li puntano quaggiù, sulla terra.
Stanno cercando di localizzarmi, lo percepisco. La fatica però, sarà breve, io e la mia poca fantasia ci faremo trovare puntuali ed inchiodati nel medesimo posto dell’anno passato.

ECCOLI,..SONO LORO

ECCOLI..SONO LORO

Quando, tempo fa, ebbi la consapevolezza della loro esistenza, da persona razionale che crede solo a presenze alle quali puoi fare la mano morta sull’autobus, rimasi stupefatto, sbigottito….basito!
(quasi come quando seppi di Calderoli ministro.)
Ma c’è poco da fare…lo so… anche quest’anno arriveranno.
Nulla possiamo contro di loro.
Sono creature superiori.
Ogni anno lo stesso copione: si caleranno da quello scivolo di luce, utile per non usurare la suola delle scarpe.(i cinesi, è palese, lassù non ci sono ancora arrivati).
Si avvicineranno silenziosi e pronti all’agguato come sadici testimoni di Geova la domenica mattina.
Impossibile presagire la loro apparizione.
Il loro incedere controvento è lento e silenzioso.
Non li noterò di certo io… mica ho doti che i miei simili non hanno.
Quando ne percepirò la presenza, alzerò gli occhi,..ma sarà troppo tardi.
Non avrò vie di fuga.
Gaudenti come rappresentanti di commercio, inturgiditi non certo dal clima, il mercurio vicino allo zero li eccita, gaudenti dal brivido consapevole che ti hanno in pugno, sei nelle loro mani! Eccitati. Saranno sufficienti loro, gli sguardi, per farmi sentire a loro avviluppato come un Harry Potter nelle vicinanze della pietra filosofale orfano di Albus Silente. Non sarà facile uscirne.
Solo il tempo, alla fine, mi sarà di aiuto, visto che la blanda forza umana nulla potrà contro il loro strapotere.
A poco, lo so, varranno le mie parole. Come in un classico rapporto di coppia, i dialoghi, identici per sonorità cambieranno di significato e l’approccio verbale sarà praticamente inutile.
Ma perchè vado rammaricandomi, è palese che mi ci sono messo io in questa situazione.
Unica nota positiva (che non suono certo io), è che il supplizio non sarà eterno. Dopo avermi risucchiato l’anima, soddisfatti, imbolsiti e più buoni, perchè anche se vieni da lassù in sto periodo ti senti più buono, con calma olimpica risaliranno 
dallo stesso cono di luce color ocra che aveva permesso loro di poggiare il piede sulla terra, facendosi risucchiare dalla bocca del disco volante come in un enorme sesso orale ben fatto.
Immediatamente dopo, i nodi che avviluppavano inizieranno ad allentarsi e le mie membra riprenderanno vitalità e vigore e sarò libero! Ma per arrivare fin qui, dovrò attendere e lottare ed avere una pazienza certosina (quella da spalmare) ma no! non mi faccio illusioni, perchè è certo che anche quest’anno, non avverrà prima del fatidico 6 gennaio.
Ormai lo so!
Questo è quello che mi toccherà.
Una bella distesa di ceci per nutrire le mie ginocchia. Ma in fondo perchè me ne vado a rammaricare?
Era mia convinzione che quest’anno qualcosa sarebbe cambiato. Che sarei stato coinvolto in una qualche impresa artistica, di un certo spessore s’intende, e invece no! Nessun ologramma, raffigurante registi famosi sì è palesato nella mia cameretta, ma nemmeno sull’uscio di casa.
E quindi, anche quest’anno la mia auto-stima mi punterà un faro addosso chiedendomi conto di tutto questo ed io….ed io, per l’ennesima volta non saprò cosa rispondere e mi appellerò al quinto emendamento.
Perché anche quest’anno sarò lì… fino al 6 gennaio… ai banchetti natalizi a vendere minchiate.. ostaggio dei marziani.
Eccheccazzo!

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LA MORTE E’ LETALE PER CHI VIVE

A volte aspetti un sussulto anche minimo che d’ improvviso faccia balenare la possibilità che qualcosa si stia muovendo per il tuo verso aiutandoti a correggere un incedere improvvisato e scostante.
Una chiamata, una lettera, un messaggio.
La speranza che un aiuto inaspettato arrivi a battere una via da poter seguire indolore.

3 giorni fa un messaggio era arrivato. Ma diverso. Stravolgendo questa illogica speranza.
la tac è peggiorata…è la fine!”
Era l’INTIMA.
La tata che tutti dovrebbero avere, per poter dire di avere fatto un’esperienza.
Io, quell’esperienza, l’avevo vissuta fin dalla prima adolescenza, quando dei genitori incoscenti, avevano consegnato me ed i miei fratelli alla sua totale gestione.
Detestando la banalità, anche stavolta, come mesi prima, era stata lapidaria ed allo stesso tempo, nel dramma, spettacolare. Perchè lei è così, diversa. Golosa.
Una Mary Poppins, politicamente scorretta, con noi 3 lì a nuotare nel suo laghetto.
Non so per quale motivo, ma in quegl’anni, forse anche dopo, credo di essere stato il suo prediletto. Infatti, durante i non rari momenti di intimità, mi graziava regalandomi altri tipi di racconti. Era cintura nera di aneddoti sessuali. Me li narrava, con quelli che ai miei occhi adolescenti, parevano estrapolati della serie Urania, con esagerazioni che non sfiguravano con quella che a prima vista era il suo più grande eccesso; un fisico forte da sportiva, ma gravato dalle sua alimentazione smisurata che l’avevano portata a sfiorare un peso a 3 cifre.
I racconti erano esaustivi, analitici. Riusciva a coprire di merda pile di saggi in materia.
Volete mettere i suoi resoconti dettagliati vissuti in prima persona?
Francesco Alberoni, “l’ovvio dei popoli”, poteva davvero saperne più di lei?
La sua era una vera gioia di vivere quel corpo, e raccontando dettagli ed equilibrismi, regalava dati al quindicenne che ero, che venivano riesumati e rielaborati per goderne nelle masturbazioni notturne.
Temi questi, che non avrebbero sfigurato nemmeno come materia di studio alle scuole medie, magari al posto di geometria. (tanto, in vita, a chi cazzo è mai capitato di costruire un quadrato sull’ipotenusa?).

3 gg fa, invece, come un man rovescio che arriva nel buio della tua stanza appena sveglio, il mio umore era finito a terra, vicino alle ciabatte.
Anche stavolta, da primo attore che sa come condurre il suo pubblico all’emozione, con lucida violenza aveva colpito. La stessa con la quale 10 mesi prima mi aveva tramortito. Le erano bastate poche sillabe metalliche ed il mio fiato, decompresso, non era più riuscito a comporre suoni. Le parole vagavano nei polmoni, ma di risalire non c’era verso.
Era il 15 settembre, giorno del compleanno di Jena (5 anni)
(Come regalo, un’autobotte dei pompieri sarebbe stata preferibile).
sono arrivata alla fermata…devo scendere. Voglio vederti… ma fa presto!”
Come Attila e Napoleone, la malattia che aveva scelto il suo corpo per giocare a risiko, aveva un unico obiettivo: guadagnare terreno! Veloce. Come a voler rientrare in tempo per cena.

Anche stavolta con urgenza ero partito.
Le volte che riuscivo a tradurre in significato le telefonate di Mrs Gramelot, (mia mamma) qualche informazione sulla lenta china che aveva preso a scendere l’INTIMA mi giungeva.
Non ci volevo credere. Impossibile!

L’ultima volta, all’ospedale, quando la tendina di tubicini che la coprivano mi facevano intravedere il suo viso, non mancava di sorridere e quel: “non dire che non te la faresti quella!” rivolta alle infermiere, celavano la gravità del suo male.

tac peggiorata…è fa fine!”, invece, aveva aperto le dighe, ed il mattino dopo ero già in viaggio.
Ero arrivato da lei senza dire niente a nessuno trascinandomi dietro un corpo che mutava di peso specifico più mi avvicinavo a lei.
L’avrei riconosciuta? Cosa ci saremmo detti? Mi ero saldato al mio specifico tipo di forza, quello della disperazione.

Arrivato, senza che nessuno ne fosse a conoscenza, mi ero infilato nel garage socchiuso, e già qui, come fosse una caccia al tesoro, si erano palesati i primi indizi: una brillante sedia a rotelle, ed un enorme biscione metallico che come una giostra necessaria, seguiva diligente la curva delle scale per i 2 piani che dividevano il garage dall’appartamento.
La stessa che si vede nelle pubblicità, dove degli anziani, evidentemente drogati, ne fanno uso sorridendo.
Le mie gambe, alle quali avevo dato l’ordine di andare avanti qualsiasi cosa fosse successa, avevano preso a salire, costeggiando lente il biscione metallico.
In prossimità della porta d’ingresso, la mente era dominata da una nuvola ed aveva smesso qualsiasi tipo di pensiero. Non mi riesce difficile poi.
Ero consapevole che lì dentro non c’era più lei, la mia tata.
Le gambe si erano fermate lasciandomi con la sola scelta di girare la chiave, da sempre presente nella toppa.
Il corridoio silenzioso, era azzurrato dalla luce di 2 condizionatori nuovi.
Mi sono diretto verso l’unica stanza chiusa ed ho scostato leggero la porta, con il dubbio di essere entrato nell’appartamento sbagliato. All’interno, infatti, giacevano in un letto matrimoniale una mamma con il suo bambino. Il bambino era senza capelli, anzi no, aveva una piccola coda bionda che partiva dalla base della nuca, magro e rannicchiato tra le braccia della donna. Il rumore della maniglia aveva sorpreso due 2 occhi chiari che avevano preso a squadrarmi incerti. Dopo qualche attimo il bimbo mi aveva riconosciuto e sussurrato il mio nome, poi ero stato io a riconoscere lui. Aveva tentato un sorriso in salita e allungato la mano, facendo dondolare una flebo di plastica attaccata a dei fili che per un po’ sono stati stella cometa.
Nel silenzio ci siamo accarezzati e tenuti per mano.
E col pianto mi sono unito a quel presepe fuori stagione.