TALE PADRE, TALE FIGLIO (ma speriamo di no!)

 

Abito in un piccolo appartamento al piano terra, diciamo che se ci entra un refolo di vento devo uscire io. La camera pure non è molto grande, infatti nella libreria, non posso tenere libri con più di 150 pagine. Nel bagno, invece, è vietata la carta igienica a 2 veli o dovrei strisciare sulla parete.
Tutto questo per dire che l’altra mattina quando Jena (6 anni) ospite per il weekend nel resort di papy si è alzato nel cuore della notte per correre verso la catacomba, (bagno senza finestre) è stato subito “percepito”.
La cosa strana, mentre tende solitamente ad avvisarmi anche telefonicamente di ogni minimo smottamento corporale, il fatto che stavolta non l’avesse fatto, era parso inconsueto.
Sotto il piumone Ikea faccio la cosa che ritengo più saggia e che agli uomini apprendono fin da piccoli…tergiverso.
Questo tergiversare viene però interrotto da una serie di rumori ambigui provenienti dalla catacomba. Con l’andatura dell’abitué da sagre paesane, mi alzo in piedi sollevandomi per un orecchio e mi conduco in direzione senza il minimo sentore di quello che avrei potuto trovare lì dentro.
Lo spettacolo inaspettato è agghiacciante…
All’interno, una sagoma di Gremlin seduto sul vater.
Il resto del corpo, invece, è ripiegato come un salice piangente di lato in direzione bidet e pare un’istallazione. Se la vede Maurizio Catellan, sicuro, ne prende spunto e ci fa qualche milione di euro.
Mi pietrifico.
Non ci si può credere, ma da ogni orifizio del “mostro”, orecchie escluse, iniziano a fuoriuscire sostanze sconosciute di colore indefinito che pare di essere nella cucina di Mc Donald.
Mi tremano le gambe. Ho paura.
Respiro a fondo e raccatto la calma possibile. Balbettante, poi, chiedo al Gremlin, se casualmente ha notato il bambino di 6 anni entrato da poco. Il mostriciattolo mi guarda di uno sguardo smunto, esangue. Sotto gli occhi due “borse” ed anche se il bagno non è molto illuminato intuisco essere una sottomarca.
Da una piccola feritoia ricoperta di liquami tossici che desumo essere la bocca, lo strano essere emette un suono nella mia lingua:
“papy… forse sto un po’ male”.
Lo scruto ben bene e…non ci posso credere… è proprio lui. Jena. Mio figlio.
Effettivamente ora, a guardarlo bene, la forte somiglianza con la mamma è più evidente.
Il primo pensiero di un papà cialtrone alle 6.45 del mattino??
Figata!!
Risparmio i 2 raudi (petardi) della sveglia.
“..dai che non è niente… preparati che si va a scuola….se poi non stai bene, mi chiamano e ti vengo a prendere”.

Dopo un paio d’ore, un piccolo sogno che “covava” da inizio anno scolastico pare avverarsi.
La maestra di italiano mi telefona. Se i sogni seguissero un copione ne uscirebbe un invito a cena per la sera stessa, invece, l’unico invito che ricevo, è di passare al più presto a scuola. C’è un pacco da ritirare.

In auto Jena, prima di partire mi si accoccola. Lo abbraccio forte mentre esperimento una nuova marca di senso di colpa. Sembra a buon mercato. Credo ne farò uso spesso in futuro. Mi guarda e si scusa.
(???)
“..non c’è niente da scusarsi”..dico.
Accenna un sorriso.
“…sai papy… anche io come te sono un grande attore”
(???)
“..sì, un po’ di mal di pancia ce l’avevo… ma poi ho pensato che poi c’era matematica…”
Poco convinto, quindi da pessimo attore, abbozzo una paternale in scala 1:2.
“Ma tu papy… hai mai usato questo trucchetto quando eri piccolo?”.
“…no… il papà non usa mai sotterfugi…” Mentre il naso sbatte sul volante.
Effettivamente non essendo uno
stinco ma nemmeno un ginocchio di santo, ero stato (mi ero) coinvolto in una situazione analoga. Qualche annetto a dire il vero è passato. Al campetto della parrocchia giocavo ancora a calcetto con Romeo Benetti.

Avevo accompagnato un amico a delle selezioni per seminario di teatro con G. Albertazzi. Ero molto emozionato, visto che, coincidenza (?), in quel periodo stavo leggendo proprio la sua autobiografia intitolata, guarda caso “Un Perdente di Successo” e quindi avrei avuto montagne di domande da fargli.

giorgio-albertazzi-in-lezioni-americane
Il
maestro decise di sottoporre anche il sottoscritto al colloquio e non proprio come accade nei provini che alla fine viene preso l’accompagnatore, ma, credo a causa di un numero esiguo di adesioni, pure io vengo invitato a partecipare.
Incoerente a sensazioni fisiche ed emotive che inascoltate albergano dalle mie parti da sempre, avevo declinato l’invito, ma come quelle tipe che invitate ad andare in discoteca negano qualsiasi interesse, ma dentro un pacchetto di Marlboro da 10 tengono il completino da cubista, che non si sa mai, poche ore dopo avevo candidamente capitolato.

(abbiate pazienza)

torno subito

(ho voluto controllare i tempi di prescrizione…OK ci siamo! posso continuare)

Il giorno dopo, quindi, al supermercato dove lavoravo, verso l’ora di pranzo, con sapiente volo d’angelo, dalla cima di una scala ero volato a terra e subito soccorso da una Hostess che proponeva colombe pasquali.
(
colombavolo tutto aveva un senso, quindi.).
Al pronto soccorso, per rendere tutto plausibile, ero arrivato perfino a farmi violentare da una siringa ben diretta da un infermiere con i baffi arrotolati all’insù, siringa che, non avendo nulla da sanare, il mal di schiena l’aveva creato.
Ne era valsa la pena.
L’esperienza era stata travolgente. Oltre alle classiche “lezioni”, nei dopo cena il
maestro spargeva aneddoti come il verderame sui prati facendoci riverberare addosso il periodo d’oro del teatro con narrazioni che andavano ad abbracciare buona parte del secolo scorso.
Come tutte le esperienze forti, non mi era chiaro del tutto quello che mi stava succedendo.
Avevo preso a vivere in una realtà ovattata.
Una sensazione molto simile agli effetti dell’infatuazione sentimentale. Cosa della quale mi fregio di avere una lunga esperienza sul campo…. ma pure in altre location.
Una specie di
“imbesuimento” artistico.
Ero arrivato a rivalutare il motivo per il quale Mrs Gramelot, mia madre, ci portava al mare. Per lo
iodio diceva.Il famoso iodio!. Non avevo mai capito cosa fosse. Non lo vedevo, non lo toccavo, ma pare che a respirarlo facesse bene. Esattamente come quel periodo, breve ma straordinario, di vita.
Auto assolvermi non è mai stata la mia materia preferita ma in quell’occasione l’avevo fatto. In fondo, pensavo, i sentimenti d’amore, di qualsiasi tipo, vanno sempre tutelati.
La sensazione che tra noi potesse esserci una grande storia per un po’ c’è pure stato. Ma poi un po’ di consuetudine era subentrata ed aveva fatto calare il desiderio e lui, il teatro non me l’aveva perdonato.


In fondo è vero. Non bisogna mai distrarci dalle cose che amiamo..
Giro la chiave e metto in moto l’auto:
“…piccolo, dai che si parte… Jena…Jenaaa!!! Ma dove cazzo è finito adesso??”

ARISTIDE, QUESTA SCONOSCIUTA (‘na volta ero proprio mona!)

Ieri, vagando in bici sull’argine, di ritorno dal sonnellino settimanale dalla strizza e quindi con la mente così aperta da sentirci sfrecciare nel mezzo dei tir, mi era capitato di ascoltare su Radio2 Supermax, un’ intervista a Mimmo Calopresti, valente regista cinematografico e credo pure ex cognato di Carla Bruni. (guai a chi dice che qui non si fa informazione).

MIMMO CALOPRESTI

MIMMO CALOPRESTI

A sentir pronunciare quel nome, un pensiero datato e impastato ad una serie di ricordi, di botto era schizzato in superficie come una palla premuta sott’acqua con le mani e poi lasciata andare.
Il semplice fatto che sto pensiero mi avesse colto così alla sprovvista, faceva ben sperare che quella malattia, evidentemente, con le stesse pattine con le quali era entrata, silenziosa se n’era pure uscita, lasciando la porta accostata.
Di vera malattia si trattava, e rara per di più.
Talmente rara che spesso chi la contrae nemmeno si rende conto di portarla addosso. La si può auto-diagnosticare solo nella fase acuta che la rende più evidente. La stessa fase, che per anni ha ripetutamente travolto il sottoscritto nell’epoca segaiol-adolescenziale, tanto da riportarlo alla fase anale. (presenza di buchi maleodoranti nel ragionamento)
Una malattia senza un nome che per circoscrivere ed alleggerirne la gravità, potremmo chiamare Aristide. (Che ne dite?) Da preferire a quelle con una fonetica tale da darti da subito il colpo di grazia. Prendi tumore (in un qualche dialetto veneto significa tu muori). Per forza risulta letale! Un nome così tramortisce, non dà speranza. A chi verrebbe in mente di sfidarla una malattia genere. Si chiamasse Venticello o Agnese, uno direbbe: “vabbè, dai che ci proviamo!”.
(Cazzo sono peggio del Dr. Divago!)
In sunto, venivo contagiato da Aristide quando mi capitava di leggere un libro, guardare un film, seguire una telecronaca di calcio alla tivvù. Mi sorprendevo ad innamorarmi artisticamente, provando un desiderio irrefrenabile di contattare ste persone che mi avevano così profondamente emozionato. L’intento era semplice. Ringraziarli di qualche quarto d’ora nel quale si erano così prodigati per farmi star bene.
Per un periodo abbastanza lungo, ad esempio, cercai di contattare Bruno Pizzul, famoso telecronista della nazionale e del quale avrei voluto essere addirittura il nipote. Quella voce da nutella in perenne sosta nella gola, partoriva neologismi e riusciva a coccolarmi, scaldandomi come il piumone affettuoso ti avvolge la sera quando rientri in baita dopo una giornata sulle piste da sci.

BRUNO PIZZUL

BRUNO PIZZUL

Poi era stata la volta di Luciano De Crescenzo. In una sua biografia, aveva esternato l’idea di voler raccontare eventi della sua vita a qualche giovane, che paziente desiderava stare lì ad ascoltarlo. Sicuramente era una cazzata, ma il sottoscritto, il giorno seguente e di suo pugno, aveva stilato una lettera indirizzata alla casa editrice Mondadori, nella speranza che gli fosse recapitata.
Sapendo che trascorreva parte delle sue vacanze a Cortina, ed essendo di strada, avevo preparato una piantina dettagliata, nell’intento che potesse raggiungermi al supermercato situato vicino all’autostrada, dove lavoravo, precisando: “reparto latticini”.
Nella fase acuta di cui sopra, immaginavo di vederlo entrare dall’ingresso principale con il suo carrellino della spesa, così per non dare nell’occhio e con nonchalance, buttare sguardi alla ricerca del sottoscritto.

In un’altra occasione, con il peggiorare di Aristide, ospite di un amico compositore, che per l’occasione aveva scritto delle musiche per un nostro spettacolo, avevo deliberatamente scartabellato la sua agenda che inconsapevole occupava l’angolo del tavolo dove stavo consumando la colazione e come fosse la cosa più naturale del mondo, avevo iniziato a trasferire sulla mia rubrica tutti i numeri telefonici di artisti che ritenevo di un certo peso e che apprezzavo. Senso di colpa? Beh..sì… una spruzzatina.

Quei numeri, chiaramente non sono mai stati usati. Ho sempre trovato però rassicurante, sfogliando quella rubrichetta, poterne leggere i nomi: Moni Ovadia, Dario Fo, Stefano Benni, Luca Ronconi, Giorgio Albertazzi, Olec Mincer ed altri, e sapere che in qualunque momento li avrei potuti contattare.

OLEC MINCER

OLEC MINCER

Per tornare a Mimmo Calopresti, invece, nel 1995, avevo incontrato al cinema il suo bellissimo “La Seconda Volta”, con un buon Nanni Moretti protagonista.

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In preda ad un Aristide galoppante in fase acuta, avevo chiesto e sorprendentemente ottenuto dal centralino, il suo numero di telefono che risultava essere a Torino.
Con non poca emozione, un pomeriggio, avevo inserito il dito indice nella ruota trasparente del telefono grigio in plastica che stava nel corridoio di casa, e l’avevo fatta girare.
Una donnina simpatica, dall’altro capo del filo, mi aveva trattenuto in una piacevole chiacchierata ed alla fine, lei stessa, aveva insistito per lasciarmi il numero della casa di Roma, dove il figlio passava parte della settimana.
Ingenuamente qualche giorno dopo chiamai.
Fortunatamente a togliermi dall’imbarazzo, non arrivandoci la mia intelligenza, ci aveva pensato la parte saggia dell’universo, facendo si che dall’altra parte nessuno alzasse la cornetta.
Mi limitai quindi, a buttare lì, sul nastro della segreteria telefonica, una manciata di parole tremanti di emozione e che odoravano di ingenuità.

VENIRE A TEATRO…ma soprattutto dopo!

 Cosa da non fare mai: andare a teatro con una profana.
(e qui devo aver già detto la prima cazzata… se il teatro è la vita, come può una persona essere profana?? chi può intendersene della vita??…esclusa Barbara Alberti naturalmente…e già mi incasino!!).
Sta di fatto che Milena (chiaramente nome di fantasia, non mia, ma dei suoi genitori) mi chiede di accompagnala a teatro.Lo spettacolo è un matinè e l’appuntamento è in centro. La mia bici, però, che sembra avere un’anima, provvidenzialmente crea un intoppo allo shimano, e mi fa tardare quel tanto che costringe a saltare la colazione in sua compagnia. Ci si vede direttamente lì.

Spettacolo scelto, il monologo di un’ attrice argentina sull’emigrazione, nell’ambito della rassegna “festival delle parole” a Padova.
mi piacerebbe mi facessi compagnia, visto che te ne intendi…”…ecco, queste parole, e una notevole scollatura, mi avevano convinto. (più la seconda… che poi era una terza).
sai..non ci sono mai stata a teatro… incredibile vero??”
(a breve sarebbe stato credibilissssimo..)

Entriamo e prendiamo posto in ultima fila. Si sa’ mai ci tocchi fuggire durante le tenebre di un cambio luce.
ma perchè quelle sedie nel centro??..e quei ragazzi seduti sul palco??… e poi così, senza scenografia??”
(eccheccazzo ne so’… aspetta che inizi lo spettacolo e lo capiamo!!)
mah, Milly…da persona che da un ventennio vede spettacoli e qualcuno lo ha pure fatto, credo sia il caso di aspettare perlomeno l’inizio, visto che mancano ancora una decina di minuti.”
…e poi la scena così vuota..che senso può avere…?? boh..!! dimmi tu!”(ma probabilmente lo stesso senso che hai tu quando in spiaggia a ferragosto non indossi il Loden..)
Vedi… forse il palco per sta rappresentazione non ha bisogno di “vestiti”, forse è uno di quegli spettacoli minimalisti che danno peso più alla parola che al resto e difatti questo e’ un mo-no-lo-go, una persona sola, che racconta e vuole che si stia ad ascoltarla pazienti..mhhh”
ah..come a Zelig! Non mi perdo mai una puntata!..speriamo che ci faccia un po’ ridere”.
(emigrazione argentina, anni ’80, desaparecidos…sento odor di delusione).
Per chetare sto strazio, porto il discorso sulla moda autunno-inverno 2012 e sull’altezza dei tacchi da usare per non essere OUT durante le feste Natalizie. Qui sembra più a suo agio.

Luci spente..inizia lo spettacolo..
L’attrice, una gradevolissima ragazza argentina, ci compare da dietro, una sedia sulle spalle, e lenta scende la scalinata dell’auditorium.
Silenziosa, inizia a percorrere da un lato all’altro il palco come a cercare qualcosa che ancora non ci è dato di capire…ed in maniera “piuttosto esagerata”, come mi fa notare la moglie di Ronconi che mi siede al fianco.
..io vorrei capire.. Perchè corre da una parte all’altra, così senza motivo??..sembra tutto molto esagerato.”
(che sia perchè si tratta di teatro ed hanno diritto di visione anche quelli dell’ultima fila??… e lo spettacolo è iniziato da solo 87 secondi)
L’attrice nel frattempo, dal palco, con bella voce potente, inizia una narrazione lenta e arrotondata (vabbè! L’ho inventata io! insomma, è come quando sei davanti a dei bimbi in età compresa tra i 7 e i 9 anni e per farti capire parli, appunto, in maniera arrotondata).
Dopo soli 15 minuti, ho la strana sensazione come di testicoli che scendono a valle e si infilano dentro i miei calzini a righe. Non uno per gamba, ma come a farsi compagnia, entrambi dalla stessa parte, la destra. (parrebbe quasi una metafora politica…ma è un caso naturalmente).
La moglie di Giorgio Albertazzi, nel frattempo, continua a chiedere lumi:
ma perchè fa sti movimenti??…io proprio non la capisco…”
(1000 perchè sulla mia presenza in quel luogo così buio vengono avanti a spallate….che la scollatura sia, come diceva il poeta, “un centro di gravità permanente”??…ed ha pure i capelli ricci).
ma è un po’ come nella vita…vedi,.. incontri una persona che ti tratta gentilmente, ti regala dei fiori, ti porta a cena, al cinema…paga sempre lui…e quello che vuole “farti” capire, lo intenderai solo prima di scendere dall’auto, quando magicamente una luce illuminerà tutti gli indizi che quella persona, come pollicino, ha seminato per strada.. chiaro??”
…. non ti capisco mica…”
Per amor di comprensione e portare lumi alla moglie di Einstein sulla giornata in corso.
Guarda Milly, facciamo così… terminato lo spettacolo, andiamo a casa mia e scopiamo, poi domani sera ti porto fuori a cena, cinema, fiori, il tutto condito da mille gentilezze..ok??”

(…ma non giurerei di aver detto proprio così…)