A ME ULISSE MI FA UNA PIPPA

Eravamo rimasti che in abito carnascialesco, scorrazzavo su gondole e palazzi veneziani per allietare dei poco gaudenti signorotti prussiani in gita premio a Venezia.
Venezia è una città bellissima si sa, e l’Italia in genere può vantare i più famosi personaggi della commedia dell’arte con maschera o senza. (purtroppo all’estero, la più rappresentativa rimane sempre quella del tale che alle ultime europee ha preso il 16%).

Dopo due delle tre serate, andate senza particolari intoppi, tutto avrebbe fatto presagire che pure la terza ed ultima, avrebbe contribuito a concludere in gloria questa mia avventura lagunare.
Ogni tanto, non so come mai, ma ho la strana sensazione di poter iniziare un progetto e riuscire a portarlo a termine senza che aleggi l’ala del dramma shakespeariano sopra la mia testa. Una stranezza questa, che va a travalicare gli insegnamenti familiari, portandomi ad uscire dal mio classico personaggio, ben descritto in una raggelante metafora che Gianka dell’edicola mi formulò da sobrio una mattina, “tu parti bene ma non concretizzi… questo è il tuo problema. Un po’ come se con le donne tu riuscissi a sedurle ma non ce la fai a concludere perchè al momento buono la parte finale ti si piega verso il basso”.
(beh…almeno l’esempio non fa una piega. Cmq tranquille… di metafora si tratta!)
Pure in questa situazione, la mia mente, senza chiedere il permesso che naturalmente avrei negato, aveva saltato a piè pari una delle dottrine cardine della mia famiglia. Un insegnamento coniato da Mr Silent, il mio babbo che, con la proverbiale parsimonia alfabetica, l’aveva formulata nel corso di 3 mesi nell’inverno del 1986:…. “l’ottimismo porta sfiga”.
La prima avvisaglia, a farmi percepire quanto le radici familiari siano difficili da estirpare facendomi scendere con i piedi per terra, l’avevo percepita un attimo prima della nostra ultima entrata in scena.
Dunque:
…al termine della serata, in pieno Canal Grande, avevamo issato con 7 enormi palloni scuri gonfiati a elio, un’enorme luna gialla carezzata da un potente fascio luminoso che partiva dal piano superiore del palazzo.

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Al momento della calata dei prussiani dal salone dopo la cena, il mio maestro vestito da Pierrot, sarebbe poi salito su di una scala a considerevole altezza e l’avrebbe calata nella gondola, dopo di che, ci saremmo dileguati nella laguna nel brillare delle onde.
Quindi applausi…
auf wiedersehen…e saremmo rientrati dal retro attraverso le calli.
(una cazzata…ok… ma vi assicuro nell’Alta Sassonia ‘sta roba spacca!)

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Prima avvisaglia:
..nell’attesa degli ospiti, un taxi che giurerei arrivato a tutta manetta ed in impennata, si era bloccato a mezzo millimetro dalla nostra imbarcazione. Vedendomi già immerso nell’acqua della laguna, per istinto avevo strizzato gli occhi ma al momento di riaprirli due le sorprese in contemporanea si erano palesate in una specie di happy hour della sfiga.
Uno: tremante ero miracolosamente rimasto in ginocchio all’interno dell’imbarcazione,
due….Cazzo!! la lente a contatto, l’unica, era sparita, avvalorando la mia personale teoria per la quale andrebbero sempre fissate con puntine da disegno.
Risvegliandomi da quel coma estemporaneo, avevo preso a notare solo sparuti bagliori chiari nell’acqua scura e suoni che schizzavano fuori da un buio tutto mio.

Nessun problema, mi dico, taccio, seguo i colleghi e rientro con loro….se non che, il nostro gondoliere prende per un motivo a me oscuro (ma in quel momento tutto mi era oscuro) una direzione diversa dal solito e ci fa attraccare in un posto sconosciuto. (Per i non vedenti, qualsiasi posto risulta sconosciuto). Vabbè… seguirò le sagome, penso, non ricordando che mio compito era pure quello di riportare indietro gli enormi aerostati i quali, però, una volta staccati dalla gondola, senza pensarci troppo erano partiti a spingere verso l’alto con decisione. Nel tentativo di farmi salire con loro in cielo con discreto anticipo (spero), si erano però incastrati in una calletta ed in un attimo mi ritrovo esausto, solo, semi-cieco e bloccato da 7 enormi palle a grappolo. Naturalmente, avrei potuto tranquillamente proseguire il cammino, se solo ‘ste cazzo di palle si fossero posizionate di loro spontanea volontà in educata fila indiana. Pare non faccia parte della loro tradizione quindi…panico totale!!

Fortuna che poco dopo, attorno alla mezzanotte, come l’arrivo di un Messia, era apparsa alle mie spalle una piccola comitiva di francesi con bambini, avvalorando ai miei occhi l’ipotesi che un giorno pure per i testimoni di Geova qualcuno sarebbe finalmente potuto arrivare. I più estasiati, ma in fondo è il loro mestiere, i bimbi. Ho voluto immaginarne lo stupore, senza riuscirci del tutto. Credo che mai avrebbero pensato di avere la fortuna di incontrare un Arlecchino fuori stagione sebbene male in arnese. Ma alla fine, proprio loro, spontaneamente, si sono presi la briga sbrigliare i fili e di incanalare in ordinata fila gli enormi palloni permettendomi di procedere senza grossi intoppi.
Naturalmente qualcuno è pure esploso, perchè di vera e propria esplosione si trattava. Per effetto lombard quelli che dormivano su reti ortopediche immagino abbiano zompettato più degli altri, ma non è stato richiesto loro alcun supplemento di prezzo.
Alla fine, coadiuvato dagli assistenti bretoni, che non mi hanno mollato un istante, sono rientrato “a palazzo”.

A destinazione, esausto, guardando verso l’alto avevo contato le palle rimaste. Manco farlo a posta, delle sette, cinque erano scoppiate.
Ero rientrato con un
paio di palle...quindi tutto tornava!

 

NELLA SOCIETÀ LIQUIDA IO NUOTO A RANA

 

Stamattina ho incontrato un amico, un valente musicista lievemente in sovrappeso, (la norma per chi suona il flauto dolce), e ci siamo inerpicati in discussioni che da un tot ammantano il nostro vivere che, con le dovute proporzioni, potremmo definire artistico, quindi precario.
Devo ammettere che, nonostante si vanti di essere un buon conoscitore solo di quarte di copertina, se n’era uscito disquisendo di società liquida.
(Ed io che pensavo fosse la società senza speranze dove per tirare avanti si è dediti all’alcool..mah…vabbè).
Cmq…mi erudiva, stupendomi di quanta “ciccia” si possa trarre da quarte di copertina, del fatto che la nostra società è appunto
“liquida”, senza strutture forti, legami duraturi, desideri, progetti, speranze. In essa tutto è liquido, labile: certezze, patti, impegni, amori. Aveva aggiunto però, che proprio grazie a questa liquidità che rende tutto più precario, era certo si potessero nascondere nuove opportunità lavorative, regalandoci possibilità che, non fossimo in una situazione così provvisoria, non avremmo il coraggio di sperimentare.
La mia considerazione, andando forse ad arricchire il pensiero del suo teorico, non me ne abbia Sig.
Bauman, era che proprio per il motivo di essere una società liquida, doveva per forza esserne ammantato anche il lavoro, tanto da plasmarlo a seconda delle necessità e che proprio da un momento di crisi si potesse trarne nuovi impulsi.
Un’occupazione
liquida, quindi, con la conseguente possibilità di riuscire ad insinuarsi in pertugi che ad occhio nudo si faticherebbe ad individuare e che prima, nella società pre-liquida, che orgogliosamente definirei società-mou, come la caramelle polacchine per intendersi, era meno frequente e conveniente.
Quando l’amico flautista si era allontanato per riprendere
“liquidamente” il suo lavoro di lettore dei contatori gas, mi ero sorpreso a riflettere.
Ogni tanto capita….a mia insaputa, ma capita.
Ho preso quindi a pensare a questa mia di vita che, come un hula hop, costante, mi gira attorno.
Certo, senza andare a disturbare anziani filosofi polacchi, il sentore di questa
liquidità avrei già potuto percepirlo, anche solo ripescando a ritroso gli ultimi avvenimenti lavorativi che avevano attraversato, incauti, la mia strada.
Da attore quale sono, come a scivolare da una scala dopo averne salito qualche piolo, mi ero ritrovato inesorabilmente a discenderne, più o meno precipitosamente, ritrovandomi nell’ordine: ad improvvisarmi co-autore di una sit-com, che non credo nessuno abbia acquistato, collaboratore di cabarettisti che solo per il fatto di aver contattato il sottoscritto, sono finalmente riusciti a strappare un sorriso ed infine lettore per incontri di lettura in biblioteche o scuole dove erano più le volte che venivo percepito come la vecchia “tribuna politica” televisiva.
Nulla di male, badate bene, ma appunto, rendendo
liquida la mia attività.
L’ultimo piolo sul quale mi ero aggrappato, scedendo in caduta libera dalla famosa scala, era capitato proprio la settimana scorsa.
Ero stato contattato da un mio vecchio maestro di teatro per una “performance artistica”, che aveva finito per incastrarsi in tutto e per tutto, metafore comprese, nella
liquidità di cui sopra. Liquidità che, per come mi girassi, aveva preso ad avvilupparmi fino ad inumidire il colletto della mia camicia.
A ben vedere infatti: stavo bevendo un corretto grappa,
(che pure liquido è), la mia carriera fa acqua, da tutte le parti (quindi…), ho un problema intestinale (ma forse non fa testo) ed ultimamente avevo accettato a Venezia (acqua), di affiancare il mio vecchio maestro nel ruolo di Arlecchino per un gruppo di tedeschi per la convention di una multinazionale, in visita premio a Venezia.

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Premetto che questo ruolo non mi appartiene, essendo prevalentemente attore drammatico, ma, come dicevo, da olimpionico di forza della disperazione, mi ero integrato con la “liquidità”, tanto da inserirmi in un pertugio lavorativo che mai avrei pensato intraprendere.

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In un tardo pomeriggio, ero giunto in un signorile palazzo sul canal grande al quale, in serata, erano attraccati alcuni taxi dai quali ne erano scesi degli elegantissimi e sorprendentemente sobri, tedeschi. Erano stati accolti con i dovuti onori da qualche decina di servitori in livrea, disposti come un battaglione in fase bellica ed ognuno con caricatori di aperitivi pronti a sparare.
Qualcuno, lo devo ammettere, era andato a colpire, senza raggiungere organi vitali, pure il sottoscritto.
Bellini alla fragola, credo fossero. Un aperitivo da mezzeseghe, ma che in mezzo a ‘sto tipo di società
liquida faceva la sua porca figura.
Purtroppo, in mezzo a quello sfarzo, cibo, vini ed al servizio del quale pure noi “maestranze” siamo stati omaggiati né più né meno che come tutti gli altri ospiti, se n’era uscito il mio essere montanaro e con lui il conseguente sentirsi fuori luogo.
A scardinare quella mia sensazione, però, con nitida lezioncina, era giunto, improvviso come uno scippo, un cameriere
.
Sbarbato che pareva di porcellana, con capello corto, livrea rossa, immancabile manico di scopa infilato in culo, accento dell’est ma con dizione perfetta, sorridente mi si era avvicinato:
“….signore, la cena è stata di suo gradimento?,… posso fare ancora qualcosa per lei??”
“…no.. grazie…. tutto buono, anzi… immeritatamente troppo buono”.
“..signore, scusi se mi permetto, non per contraddirla, ma vorrei ricordarle che tutti meritiamo tutto”
…all’ora in cui Cenerentola capisce e si toglie dalle palle, una lezioncina da ricordare , e conincorporata figura di merda!…
liquida naturalmente!