LA SINDROME DI ….. boh….

 

Ma ‘ste cose capitano solo a me?
Non preoccupatevi, la medicina stenta ancora ad esprimersi e Teleton non ha ancora proceduto ad una raccolta fondi quindi….niente di grave. Certo è che dopo la sindrome di STING, di PENELOPE e di ARISTIDE, doverne annoverare un’altra, pare troppo.
Spero cmq di riuscire a coniarne un nome che possa accendere l’interesse della medicina mondiale.
Dunque…
Qualche settimana fa, ero venuto a sapere che il babbo di Antonio, mio compagno di classe delle elementari, se n’era andato. Andato nel senso… quello che in genere i medici prima di prendere a correre per i corridoi in ordine sparso, apostrofano con un cristallino…
“oh..cazzo.. e adesso??”
Eravamo stati inseparabili per anni, poi, come gli Unni, eravamo scesi dai monti per cercare fortuna in pianura. Lui ai tempi dell’università con la famiglia io anni dopo.
Uno dei due, diventato medico a Venezia, forse la fortuna l’aveva effettivamente trovata, mentre l’altro, credendo di seguire il percorso del sentimento si era un po’ smarrito. Trovandosi in un vicolo cieco, lì si era fermato e temo lo si possa ancora trovare con lo sguardo perso verso l’alto.
..ma torniamo a noi..
L’avevo chiamato per le classiche condoglianze e vista l’evidente scomodità per le vecchie amicizie di spostarsi per il funerale, mi ero offerto di andarci in rappresentanza.
Dopo aver convinto Jena, 6 anni, che raramente durante la funzione il morto riesce dall’interno a schiodare la bara, e soprattutto mai di sabato, eravamo partiti.
Puntualmente in ritardo, arriviamo alla chiesa.
Il piazzale antistante è quasi deserto.
Uniche presenze sono un ragazzo +, (un tempo si sarebbe chiamato uomo) ed una tipa con un bimbo dai capelli corvini che corre indemoniato attorno all’auto delle pompe funebri.
Mi sento chiamare per nome. Mi volto. È il ragazzo+. Lo riconosco, è T. un vecchio compagno di classe. Mi avvicino e smorzando per ovvi motivi l’entusiasmo di vederlo, lo abbraccio. Eravamo stati anche compagni di banco in terza elementare. Lo ricordo come il più distratto della classe ed immagino continuasse ad esserlo… aveva pure smarrito buona parte dei capelli.
Impossibile, però, non notare la ragazza mora. Di quella bellezza che anche in preda all’ictus non puoi non notare. È alta circa 1.70, decolletè
non c’è male, grossi occhiali scuri e sta scannerizzando anche il più piccolo movimento del figlio. Una mamma moderna insomma.
Da padre premuroso, invito Jena a fare amicizia con il bambino..e già che c’è pure con la madre. Ok, lo so, dentro si stava celebrando un funerale, ma credo che bisogna sempre essere pronti a tutto.
T. mi fa cenno che deve spostare l’auto, mentre Jena, con l’altro bimbo, partono a correre attorno al carro funebre.
“…papy… guardaci… facciamo il giro della morte”
La ragazza scuce un sorriso che mi fa intuire voglia scambiare un paio di chiacchiere.
L’accontento.
Penso che il best seller “Attaccare bottone ai funerali”, ancora intonso sul comodino, oggi, qualche spunto poteva pure darmelo.

Cadendo nell’atavica banalità maschile, che solitamente non mi appartiene, in genere se non ho idee originali per attirare l’attenzione fingo di svenire, le chiedo se per caso non ci si sia visti da qualche parte.
A dire il vero non la ricordo assolutamente, ma una sensazione mi dice il contrario. E mi sorprendo pure ad avere sensazioni.
Naturalmente risponde che no!… le risulto totalmente “nuovo”.
Toglie gli occhiali spingendoli sopra la fronte come fermacapelli ma nemmeno ora mi ricorda qualcuno. Fisicamente non mi comunica nulla, nonostante parti del suo corpo conversassero con evidente proprietà di linguaggio.
…niente di niente! …anche se…. mah..avevo la percezione di stare a viaggiare a bordo di sensazioni nuove.
Lei mi dice che è della provincia di Venezia, ed è un’amica di vecchia di Antonio.
Ma qui parte la stranezza.
Consapevole che la suddetta, a parte suscitarmi un immediato desiderio di consumare un rapporto intimo anche all’interno del carro funebre mi risulta totalmente estranea, mi si focalizza un pensiero che apparentemente non la riguarda e mi sorprende.
Vai a capire perchè, penso ad una bandiera di Forza Italia in fondo ad un garage, vicino a degli attrezzi da giardino e un po’ come chiedere ad uno sconosciuto su un autobus se ha un gatto che si chiama Lucio, balbettante, le chiedo se nel garage teneva …quella bandiera.
Mi squadra fisso come se nel bagno di casa trovasse un Teletubbie che chiede di passargli il Badedas.

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“…ma come fai a saperlo?”
“non lo so…” rispondo…
Leggo un certo spavento nei suoi occhi… e la capisco pure. Mi sto inquietando da solo
Penso a premonizioni e vite precedenti, se non fosse per quella bandiera.
Lei, invece, più razionale del sottoscritto, mi dice che non posso avere inventato e quindi mi chiede cosa altro ricordo. Utilizzando una tecnica a ritroso elaborata in quell’istante, ho preso a tirare il filo che mi aveva portato fino a quella bandiera, quindi al cortile che conduceva al garage, Antonio che guidava l’auto, alla presenza di un’altra persona, un musicista e tutto prende a dipanarsi. Da quel momento è lei a prendere in mano il gioco. Ricorda il nome della pizzeria, che prima erano stati a prendermi in stazione, rientravo da un corso di teatro in Calabria, e mi stupisce ricordando che quella sera indossavo dei pantaloni a scacchi bianchi e neri. In breve stavamo riesumando una sera vissuta quasi 20 anni prima. Come a comporre un puzzle, anche il viso di lei alla fine aveva preso una forma.
Dallo schizzo eravamo arrivati al dipinto. Una cosa, un’unica però l’avevo celata: la sua mano che in auto aveva preso la mia intrecciandone le dita come a costruire un cestino da pic-nic.
Senza pensare alla remota ipotesi che forse suo figlio aveva un padre e quel padre potesse essere pure un marito… il suo… ci eravamo accordati per rivederci a breve, magari con il tramite di Antonio.
Nella testa, ‘sto turbine di emozioni, erano andati a stuzzicare la mia parte new age, arrivando a convincermi che l’esserci rivisti dopo tutti questi anni in un posto dove in pratica eravamo presenti solo lei ed io, il ritrovarsi e riconoscersi in quel modo, era l’evidente segnale di un qualcosa che faticavo a confessarmi..
La guardavo ed avevo preso a fantasticare.
Ci eravamo quindi scambiati il cellulare con l’intento che ci saremmo sentiti a breve non prima però, con finta casualità, di aver accennato alla bandiera di Forza Italia parcheggiata in garage.
Lei si era immediatamente premurata di puntualizzare che era dei suoi genitori, rassicurandomi non poco, visto che con ragazze di Forza Italia, avevo sempre avuto seri problemi di erezione. A ben pensarci con una, solo con una riuscivo ad intrattenere rapporti soddisfacenti, … già..che stupido… ora ricordo, prediligeva il sesso anale….va un po’ a capire come funziona la nostra mente.

Per gettare un gavettone in testa agli amanti del “happy end”, mi rincresce dire le cose non sono andate però come prospettate. Nessuno ha mai chiamato l’altro, mai sentiti nemmeno per un saluto ma il peggio, che mi ero trovato al punto che il solo pensiero che potesse succedere qualcosa aveva messo a tacere il desiderio, come se il fatto di stazionare di fronte ad un ricco banchetto, potesse calmare la fame… e l’aveva fatto.

Ecco… a ‘sta malattia che nome si da?

 

A ME ULISSE MI FA UNA PIPPA

Eravamo rimasti che in abito carnascialesco, scorrazzavo su gondole e palazzi veneziani per allietare dei poco gaudenti signorotti prussiani in gita premio a Venezia.
Venezia è una città bellissima si sa, e l’Italia in genere può vantare i più famosi personaggi della commedia dell’arte con maschera o senza. (purtroppo all’estero, la più rappresentativa rimane sempre quella del tale che alle ultime europee ha preso il 16%).

Dopo due delle tre serate, andate senza particolari intoppi, tutto avrebbe fatto presagire che pure la terza ed ultima, avrebbe contribuito a concludere in gloria questa mia avventura lagunare.
Ogni tanto, non so come mai, ma ho la strana sensazione di poter iniziare un progetto e riuscire a portarlo a termine senza che aleggi l’ala del dramma shakespeariano sopra la mia testa. Una stranezza questa, che va a travalicare gli insegnamenti familiari, portandomi ad uscire dal mio classico personaggio, ben descritto in una raggelante metafora che Gianka dell’edicola mi formulò da sobrio una mattina, “tu parti bene ma non concretizzi… questo è il tuo problema. Un po’ come se con le donne tu riuscissi a sedurle ma non ce la fai a concludere perchè al momento buono la parte finale ti si piega verso il basso”.
(beh…almeno l’esempio non fa una piega. Cmq tranquille… di metafora si tratta!)
Pure in questa situazione, la mia mente, senza chiedere il permesso che naturalmente avrei negato, aveva saltato a piè pari una delle dottrine cardine della mia famiglia. Un insegnamento coniato da Mr Silent, il mio babbo che, con la proverbiale parsimonia alfabetica, l’aveva formulata nel corso di 3 mesi nell’inverno del 1986:…. “l’ottimismo porta sfiga”.
La prima avvisaglia, a farmi percepire quanto le radici familiari siano difficili da estirpare facendomi scendere con i piedi per terra, l’avevo percepita un attimo prima della nostra ultima entrata in scena.
Dunque:
…al termine della serata, in pieno Canal Grande, avevamo issato con 7 enormi palloni scuri gonfiati a elio, un’enorme luna gialla carezzata da un potente fascio luminoso che partiva dal piano superiore del palazzo.

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Al momento della calata dei prussiani dal salone dopo la cena, il mio maestro vestito da Pierrot, sarebbe poi salito su di una scala a considerevole altezza e l’avrebbe calata nella gondola, dopo di che, ci saremmo dileguati nella laguna nel brillare delle onde.
Quindi applausi…
auf wiedersehen…e saremmo rientrati dal retro attraverso le calli.
(una cazzata…ok… ma vi assicuro nell’Alta Sassonia ‘sta roba spacca!)

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Prima avvisaglia:
..nell’attesa degli ospiti, un taxi che giurerei arrivato a tutta manetta ed in impennata, si era bloccato a mezzo millimetro dalla nostra imbarcazione. Vedendomi già immerso nell’acqua della laguna, per istinto avevo strizzato gli occhi ma al momento di riaprirli due le sorprese in contemporanea si erano palesate in una specie di happy hour della sfiga.
Uno: tremante ero miracolosamente rimasto in ginocchio all’interno dell’imbarcazione,
due….Cazzo!! la lente a contatto, l’unica, era sparita, avvalorando la mia personale teoria per la quale andrebbero sempre fissate con puntine da disegno.
Risvegliandomi da quel coma estemporaneo, avevo preso a notare solo sparuti bagliori chiari nell’acqua scura e suoni che schizzavano fuori da un buio tutto mio.

Nessun problema, mi dico, taccio, seguo i colleghi e rientro con loro….se non che, il nostro gondoliere prende per un motivo a me oscuro (ma in quel momento tutto mi era oscuro) una direzione diversa dal solito e ci fa attraccare in un posto sconosciuto. (Per i non vedenti, qualsiasi posto risulta sconosciuto). Vabbè… seguirò le sagome, penso, non ricordando che mio compito era pure quello di riportare indietro gli enormi aerostati i quali, però, una volta staccati dalla gondola, senza pensarci troppo erano partiti a spingere verso l’alto con decisione. Nel tentativo di farmi salire con loro in cielo con discreto anticipo (spero), si erano però incastrati in una calletta ed in un attimo mi ritrovo esausto, solo, semi-cieco e bloccato da 7 enormi palle a grappolo. Naturalmente, avrei potuto tranquillamente proseguire il cammino, se solo ‘ste cazzo di palle si fossero posizionate di loro spontanea volontà in educata fila indiana. Pare non faccia parte della loro tradizione quindi…panico totale!!

Fortuna che poco dopo, attorno alla mezzanotte, come l’arrivo di un Messia, era apparsa alle mie spalle una piccola comitiva di francesi con bambini, avvalorando ai miei occhi l’ipotesi che un giorno pure per i testimoni di Geova qualcuno sarebbe finalmente potuto arrivare. I più estasiati, ma in fondo è il loro mestiere, i bimbi. Ho voluto immaginarne lo stupore, senza riuscirci del tutto. Credo che mai avrebbero pensato di avere la fortuna di incontrare un Arlecchino fuori stagione sebbene male in arnese. Ma alla fine, proprio loro, spontaneamente, si sono presi la briga sbrigliare i fili e di incanalare in ordinata fila gli enormi palloni permettendomi di procedere senza grossi intoppi.
Naturalmente qualcuno è pure esploso, perchè di vera e propria esplosione si trattava. Per effetto lombard quelli che dormivano su reti ortopediche immagino abbiano zompettato più degli altri, ma non è stato richiesto loro alcun supplemento di prezzo.
Alla fine, coadiuvato dagli assistenti bretoni, che non mi hanno mollato un istante, sono rientrato “a palazzo”.

A destinazione, esausto, guardando verso l’alto avevo contato le palle rimaste. Manco farlo a posta, delle sette, cinque erano scoppiate.
Ero rientrato con un
paio di palle...quindi tutto tornava!

 

NELLA SOCIETÀ LIQUIDA IO NUOTO A RANA

 

Stamattina ho incontrato un amico, un valente musicista lievemente in sovrappeso, (la norma per chi suona il flauto dolce), e ci siamo inerpicati in discussioni che da un tot ammantano il nostro vivere che, con le dovute proporzioni, potremmo definire artistico, quindi precario.
Devo ammettere che, nonostante si vanti di essere un buon conoscitore solo di quarte di copertina, se n’era uscito disquisendo di società liquida.
(Ed io che pensavo fosse la società senza speranze dove per tirare avanti si è dediti all’alcool..mah…vabbè).
Cmq…mi erudiva, stupendomi di quanta “ciccia” si possa trarre da quarte di copertina, del fatto che la nostra società è appunto
“liquida”, senza strutture forti, legami duraturi, desideri, progetti, speranze. In essa tutto è liquido, labile: certezze, patti, impegni, amori. Aveva aggiunto però, che proprio grazie a questa liquidità che rende tutto più precario, era certo si potessero nascondere nuove opportunità lavorative, regalandoci possibilità che, non fossimo in una situazione così provvisoria, non avremmo il coraggio di sperimentare.
La mia considerazione, andando forse ad arricchire il pensiero del suo teorico, non me ne abbia Sig.
Bauman, era che proprio per il motivo di essere una società liquida, doveva per forza esserne ammantato anche il lavoro, tanto da plasmarlo a seconda delle necessità e che proprio da un momento di crisi si potesse trarne nuovi impulsi.
Un’occupazione
liquida, quindi, con la conseguente possibilità di riuscire ad insinuarsi in pertugi che ad occhio nudo si faticherebbe ad individuare e che prima, nella società pre-liquida, che orgogliosamente definirei società-mou, come la caramelle polacchine per intendersi, era meno frequente e conveniente.
Quando l’amico flautista si era allontanato per riprendere
“liquidamente” il suo lavoro di lettore dei contatori gas, mi ero sorpreso a riflettere.
Ogni tanto capita….a mia insaputa, ma capita.
Ho preso quindi a pensare a questa mia di vita che, come un hula hop, costante, mi gira attorno.
Certo, senza andare a disturbare anziani filosofi polacchi, il sentore di questa
liquidità avrei già potuto percepirlo, anche solo ripescando a ritroso gli ultimi avvenimenti lavorativi che avevano attraversato, incauti, la mia strada.
Da attore quale sono, come a scivolare da una scala dopo averne salito qualche piolo, mi ero ritrovato inesorabilmente a discenderne, più o meno precipitosamente, ritrovandomi nell’ordine: ad improvvisarmi co-autore di una sit-com, che non credo nessuno abbia acquistato, collaboratore di cabarettisti che solo per il fatto di aver contattato il sottoscritto, sono finalmente riusciti a strappare un sorriso ed infine lettore per incontri di lettura in biblioteche o scuole dove erano più le volte che venivo percepito come la vecchia “tribuna politica” televisiva.
Nulla di male, badate bene, ma appunto, rendendo
liquida la mia attività.
L’ultimo piolo sul quale mi ero aggrappato, scedendo in caduta libera dalla famosa scala, era capitato proprio la settimana scorsa.
Ero stato contattato da un mio vecchio maestro di teatro per una “performance artistica”, che aveva finito per incastrarsi in tutto e per tutto, metafore comprese, nella
liquidità di cui sopra. Liquidità che, per come mi girassi, aveva preso ad avvilupparmi fino ad inumidire il colletto della mia camicia.
A ben vedere infatti: stavo bevendo un corretto grappa,
(che pure liquido è), la mia carriera fa acqua, da tutte le parti (quindi…), ho un problema intestinale (ma forse non fa testo) ed ultimamente avevo accettato a Venezia (acqua), di affiancare il mio vecchio maestro nel ruolo di Arlecchino per un gruppo di tedeschi per la convention di una multinazionale, in visita premio a Venezia.

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Premetto che questo ruolo non mi appartiene, essendo prevalentemente attore drammatico, ma, come dicevo, da olimpionico di forza della disperazione, mi ero integrato con la “liquidità”, tanto da inserirmi in un pertugio lavorativo che mai avrei pensato intraprendere.

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In un tardo pomeriggio, ero giunto in un signorile palazzo sul canal grande al quale, in serata, erano attraccati alcuni taxi dai quali ne erano scesi degli elegantissimi e sorprendentemente sobri, tedeschi. Erano stati accolti con i dovuti onori da qualche decina di servitori in livrea, disposti come un battaglione in fase bellica ed ognuno con caricatori di aperitivi pronti a sparare.
Qualcuno, lo devo ammettere, era andato a colpire, senza raggiungere organi vitali, pure il sottoscritto.
Bellini alla fragola, credo fossero. Un aperitivo da mezzeseghe, ma che in mezzo a ‘sto tipo di società
liquida faceva la sua porca figura.
Purtroppo, in mezzo a quello sfarzo, cibo, vini ed al servizio del quale pure noi “maestranze” siamo stati omaggiati né più né meno che come tutti gli altri ospiti, se n’era uscito il mio essere montanaro e con lui il conseguente sentirsi fuori luogo.
A scardinare quella mia sensazione, però, con nitida lezioncina, era giunto, improvviso come uno scippo, un cameriere
.
Sbarbato che pareva di porcellana, con capello corto, livrea rossa, immancabile manico di scopa infilato in culo, accento dell’est ma con dizione perfetta, sorridente mi si era avvicinato:
“….signore, la cena è stata di suo gradimento?,… posso fare ancora qualcosa per lei??”
“…no.. grazie…. tutto buono, anzi… immeritatamente troppo buono”.
“..signore, scusi se mi permetto, non per contraddirla, ma vorrei ricordarle che tutti meritiamo tutto”
…all’ora in cui Cenerentola capisce e si toglie dalle palle, una lezioncina da ricordare , e conincorporata figura di merda!…
liquida naturalmente!

 

 

CHE COINCIDENZA!! neppure io credo nelle coincidenze…

Le coincidenze, se esistono, mi hanno sempre incuriosito.
Anni fa, ad un corso di teatro, ma poteva succedere anche in un dopolavoro ferroviario, con il maestro avevamo intavolato ore di discussioni in materia. Lui era un appassionato.
Asseriva con forza che nulla succede per caso e tutto avviene per l’esigenza, di chi non mi è del tutto chiaro, di consegnarci ad una vita più “piena”.
Quindi, la coincidenza come il crick che serve a sollevarci per sostituire la vita con una della nostra misura, una porta che si apre permettendoci di entrare in stanze della nostra abitazione delle quali non conoscevamo l’esistenza, e dove, pigiandone l’interruttore, una nuova vita potrebbe uscirne illuminata. In sunto, la coincidenza come un sarto, abile a creare abiti per poter vestire le nostre più profonde aspirazioni.

Fino a quegli anni, la mia vita non era mai stata colpita da questi eventi, ma da lì in poi, come un’animale che esce dal letargo per non rientrarvi più, queste casualità aveva iniziato a sfrigolarmi addosso.
Anche se la mia testa è talmente distratta che qualcuno potrebbe aprirne una sala bingo a mia insaputa, non potevo non notarle.
Pensando alla straordinarietà delle coincidenze con le quali mi sono strusciato da quel periodo in poi, in quella famosa stanza credo di averci messo piede più volte, probabilmente pigiandone l’interruttore, ma credo che una lampadina ad alto voltaggio mi abbia solo abbagliato e compromesso la visione.
In seguito a queste, la mia vita ha spesso curvato, senza mai  effettuare la versione a U che mi sarei augurato. Insomma, parte delle coincidenze accadutemi risultavano ottime per intavolare discussioni ed aneddoti al bar, ma di rado riuscivo a coglierne insegnamenti per raddrizzare questo mio incedere a zig-zag.

Qualche settimana fa, una coincidenza vissuta all’aeroporto di Venezia, ha risvegliato in me le attenzioni a queste fatalità che come pioggerellina hanno ripreso a ticchettarmi addosso.
Dopo solo un paio di giorni, a Berlino,girando alla cazzo come al solito senza cartina, fermo un ragazzo per un’informazione. A distanza di qualche ora, in un quartiere all’altro cato della città, chiedo informazioni ad altro ragazzo. Beh, nulla di strano!.. non fosse che, in una città di parecchi milioni di abitanti, vado a fermare sempre la stessa persona. (lo sguardo di stupore! ecco finalmente una cosa in comune con i tedeschi). La settimana seguente, poi, per 3 notti di fila, mi capita di svegliarmi di soprassalto con l’orologio che segna sempre le h. 6.21. (creandomi non poco disagio)
Quest’ultima fatalità, è corsa a ricordarmi un avvenimento di molti anni prima che per certi versi trova delle similitudini, non fosse che per il numero 3. Per 3 anni, infatti, all’età di 14 – 15 – 16 anni, sono sempre caduto con il motorino il 26 dicembre tra le 8.00 e le 9.00 di sera. (serie interrotta, grazie ad un flash la mattina del 26 dicembre del quarto anno, quando ho ritenuto opportuno lasciare il mezzo in garage).
Forse l’insegnamento da trarne era di non utilizzare lo scooter su strade ghiacciate.

Quando succedono cose del genere, e vi assicuro che molte altre ce ne sarebbero, ma talmente elaborate che sarebbero complicate da dettagliare, anche una mente semplice pretende una spiegazione.
Ho provato ad approfondire cercando nei libri qualche chiarimento e trovandone sempre la medesima teoria: “la coincidenza è un dono che ci viene fatto per uscire dalla nostra presunzione di poterne prevedere il corso”.

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Alcune casualità hanno effettivamente dirottato la mia vita in ambiti che non mi sarei aspettato, ma per riconoscerlo, ho dovuto rivederla a ritroso per un lungo tempo.
Quella che tirandomi per un’orecchia ha variato la mia traiettoria, è capitata proprio durante il famoso laboratorio teatrale di cui sopra.
Nell’intento di spiegarci la poesia, il maestro, aveva consigliato per chi come me non ne fosse avvezzo, di avvicinarsi a quella comica.
Giorni dopo, cazzeggiando per Venezia, noto il commesso di una libreria esporre in vetrina un libretto di poesie dal titolo curioso: “Non urlare che mi rovini il prezzemolo”. Di getto l’acquisto ed in breve, grazie a gli spunti che ci trovo, decido di crearne qualcosa sulla falsariga. Mi rendo subito conto che con la poesia nn ci azzeccavo ‘na mazza, ma rimaneva il piacere di scrivere delle frasi che qualche flebile sorriso riuscivano a regalare.
Nel corso degli anni alcune avevano trovato alloggio tra le pagine di: “anche le formiche nel loro…..”, una specie di piccola antologia della battuta.

Anni dopo, un amico mi mette al corrente che si stanno preparando dei provini per una nuova trasmissione e non mi molla fino a quando non ha la certezza che vi parteciperò. Con mia grande reticenza vado e solo dopo qualche giorno mi viene comunicato che sono stato selezionato. Per 3 anni avrei trovato spazio nel programma di una piccola televisione. “Caso” vuole, che a visionare i provini, e successivamente ad introdurre il sottoscritto nel cast, fosse proprio l’autore del famoso libretto di poesie che anni prima mi avevano ispirato.

Sono convinto che questi eventi, quando decidono di suonare al nostro campanello, debbano però trovarci in casa. Ho come l’impressione che la coincidenza ci possa dare la spinta, ma dobbiamo essere noi ad inserire la marcia la momento giusto per mettere in moto la nostra vita.
Non mi spiegherei sennò l’insegnamento che NON sono riuscito a trarne in quel treno che da Genova mi portava verso Milano nel dicembre 1996 e che a tutt’oggi risulta la più straordinaria coincidenza che mai mi sia capitata…

ma ora è tardi… abbiate pazienza…..